CAPITOLO DUE Manuel - IRENE

Leonardo si era completamente chiuso in se stesso tanto che si ritirava nella sua stanza e ci restava per lunghissime ore.

Iniziò a comportarsi così da quando una sera uscì senza dire nulla per poi risalire in casa silenziosamente: si chiuse nella sua stanza e iniziò a dividere il suo tempo fra lavoro e casa. Doveva soffrire molto per quella Irene

Parlava sempre poco di lei e, quando lo faceva, alludeva quasi sempre al suo carattere. Solo rare volte, sotto pressione dalle domande di Luca o di Riccardo, riuscivamo a capire qualcosa di più dell’aspetto fisico.

Però, anche se solo per brevi istanti e in modo molto generico, riuscivo a vedere il corpo di quella ragazza splendido e attraente come se l’avessi conosciuta o incontrata più di una volta.

Leonardo mi piaceva molto per i suoi modi di fare; spesso mi ritrovavo ad ammirarlo e anche un poco ad invidiarlo. Non era un favellante esplicito ed aperto, si limitava solo a parlare di ciò che conosceva molto bene, la psicologia delle persone, e proprio per questa sua semplicità, questo suo essere trasparente, che sentivo forte la sua presenza dentro di me.

Infatti, per via della sua intelligenza emotiva e della sua spiccata sensibilità, più di una volta si era lasciato andare a monologhi riguardanti i suoi punti di vista in situazioni comuni, di tutti i giorni, e si esprimeva con impressionante semplicità sui valori universali quali amicizia e amore, distinguendo tra quelli che, secondo la sua opinione, andavano personalizzati e quelli che invece dovevano restare obiettivi per tutti.

La maggior parte delle volte riusciva ad accattivarsi l’attenzione delle persone che lo ascoltavano e riusciva ad ammaliarle, con quelle espressioni a volte ironiche, altre sarcastiche e altre ancora allusive. In altre occasioni, invece, si lasciava trasportare dai suoi stati d’animo, spesso tristi e depressivi, che lo spingevano a temere il confronto. In quegli istanti sembrava che dagli occhi sprigionasse un senso d’instabile disagio, come se stesse camminando su un filo sottilissimo di cotone appeso ai due estremi di un precipizio.

Leonardo era molto particolare anche per altri aspetti. Ad esempio lui non era solito vestire con uno stile definito come poteva essere casual, quali jeans o magliette in cotone, o sportivo, lui indossava ciò che al momento sentiva di essere. Delle volte lo potevi vedere in giacca e cravatta; altre volte con una tuta e scarpe ginniche; altre ancora con pantaloni larghi a vita bassa e una maglietta; e altre, invece, pantaloni larghi con camicia aderente al corpo e, per completare il tutto, un gilet nero. Insomma, esprimeva i suoi stati d’animo attraverso i vestiti e per lui, forse anche per noi, il modo di apparire non era poi così importante se sentiva di apparire agli altri esattamente come appariva a se stesso.

Ogni tanto, soprattutto Riccardo e Luca, lo prendevamo in giro con tono scherzoso; lui non mostrava mai segni di cedimento né sembrava mai prendersela più di tanto. Restava comunque impassibile ad ogni sorta di battuta fatta per stuzzicare la sua pazienza e continuava a leggere, se stava leggendo, oppure a scrivere, se stava scrivendo qualcosa: due sue grandi passioni, affascinanti anch’esse.

Era solito leggere storie di viaggi e avventure, ma anche libri psicologici. Ogni suo atteggiamento e ogni suo silenzio, comunque, nonostante spesso venisse da tutti noi un po’ deriso, esercitava un certo fascino nei nostri confronti. Chissà se lo sapeva?

Il silenzio irruppe nel soggiorno all’improvviso, dopo che Leonardo si era ritirato nella sua stanza; fu interrotto dalla fioca voce di Riccardo che chiedeva cautamente chi di noi conoscesse Irene.

- Non saprei che dirti. Non ne ha mai parlato tanto – rispose Luca ed io, seguendo la curiosità che aleggiava intorno alla bella immagine della sconosciuta ragazza di Leonardo, suggerii – deve essere veramente una ragazza brillante…

- Senz’altro – continuò Luca e Riccardo aggiunse: – Per essere riuscita a far uscire di testa uno come Leonardo, credo anch'io si tratti di una sorta d’extra-terrestre.

Fui preso per un attimo da invidia nei confronti di Leonardo. Invidia nata per una serie di ricordi, atteggiamenti ed eventi che si rincorrevano nella mia mente e mi tenevano distante da una serenità che apparentemente sentivo di avere, una serenità che, quando poi si scontrava con la realtà dei fatti e prendeva nota di ciò che avevo costruito intorno a me, crollava giù come in un precipizio. Iniziai a chiedermi come faceva quel ragazzo burbero e scontroso, introverso e quasi sempre di luna inversa, a conquistare uomini e donne con il solo modo di comportarsi. Lui non doveva né voleva mostrare maschere sorridenti, né era così colto da poter sfoggiare al meglio le sue conoscenze culturali, quantunque una situazione lo richiedesse: se una cosa la sapeva e gli piaceva, si intrometteva rubando la parola a tutti i presenti, altrimenti scompariva nel nulla, come un fantasma; si volatilizzava nell’ambiente mantenendo, però, quella sua presenza viva e restando, comunque, sempre al centro dell’attenzione.

- Cosa pensate di Leonardo? Secondo me dovrebbe cambiare un po’ i suoi modi bruschi di fare: magari bisognerebbe aiutarlo a sciogliersi un poco e convincerlo a divertirsi di più, voi che ne dite?

Pensai di nascondere quel sottile senso di invidia che mi aveva un poco rammaricato sminuendo Leonardo agli occhi di Luca e Riccardo, ma non lo feci con cattiveria perché ero quasi certo che anche loro due provavano, delle volte, le mie stesse sensazioni.

Stettero alcuni secondi in silenzio. Poi Riccardo, fissando il pavimento quasi per leggere le parole ad una risposta che non aveva pronta, iniziò dicendo – non penso che lui abbia voglia, né bisogno, di divertirsi. Secondo me lui si ama così com’è; per quanto lo conosco, sono sicuro che è consapevole di piacere proprio per questo suo essere sicuro di sé. Voi non lo trovate fastidiosamente affascinante?

- Altro che – soggiunse Luca. – L’altro giorno siamo andati insieme al bar qui sotto e abbiamo incrociato per la strada una ragazza molto carina, una sua amica credo. Lei si è fermata salutandolo e hanno iniziato a parlare un po’ di come stavano e cose del genere. Ve la faccio breve. Ci credete che lei se lo mangiava con gli occhi e che lui non ha fatto una piega? La ragazza non era sola, era in compagnia di un’amica. Ad ogni domanda che faceva a Leonardo, la sua amica soprattutto, si scioglievano alle sue risposte burbere e fredde, ma taglienti e profonde. Poi lei ha menzionato di essere rimasta offesa perché lui non l’ha più cercata… lui ha sorriso e se n’è andato, senza dire neanche una parola.

- non poteva essere Irene? – mi balzò per la mente questa domanda senza neanche rifletterci molto: poteva essere Irene e finalmente avrei potuto sapere di più riguardo quella ragazza.

La palpitazione che la curiosità di sapere mi aveva trasmesso prima nel cuore e poi in tutto il corpo attraverso un leggero tremolio delle gambe, fu smontata subito dall’amara risposta di Luca:

– Non credo. Se fosse stata Irene me ne sarei reso conto subito: non ti sei accorto di quanto è innamorato? Secondo me lui non ha neanche capito che quelle ci stavano provando…

- Se ne sarà accorto, ma non sarà stato molto interessato, non può essere? – fece Riccardo.

- Affatto. Si guardava intorno e sembrava cercare qualcuno nella strada. Ogni secondo fermo in quella posizione sembrava che fossero bombe che esplodevano ad un ciglio dal suo corpo. Si girava ansioso e allo stesso tempo intimorito, soprattutto quando si udiva la voce di una ragazza proveniente dalle nostre spalle: lui si girava, senza neanche badare a quelle due povere ragazze, per guardare chi fosse. Ne sono certo: pensava ad Irene.

- Irene? – domandai.

– Sì, Irene! – concluse Luca e il silenzio piombò di nuovo in casa.

Senza Leonardo non mi sentivo in pace con me stesso. Con gli altri ragazzi avevo uno splendido rapporto e con loro ridevo moltissimo, ma con Leonardo era diverso. Con lui mi sentivo pieno di me perché senza che nessuno lo sapesse, lui incluso, mi sentivo completo con lui al mio fianco.

Spesso, quando mi trovavo in situazioni intime con alcune delle mie fiamme, cercavo di comportarmi pensando al modo in cui Leonardo avrebbe reagito se fosse stato al mio posto.

Devo dire che di ragazze ne avevo avute molte, sicuramente molte di più rispetto a quelle che menzionavo, ma nessuna fra queste era Irene che ancora non conoscevo ma che aveva acceso in me quel desiderio di volerla conoscere lasciando un vuoto lacerante nello stomaco come di quelli che si hanno quando ci si sente soli con se stessi.

- Dai. Facciamo un torneo al gioco del calcio? – fece Luca per spegnere quell’atmosfera di noia.

- Aggiudicato il torneo. Io Brasile – disse subito Riccardo e Luca rispose al tono di sfida del primo – io prendo la Spagna, tanto vinco lo stesso.

- Va bene. A me… datemi l’Italia: io sono nazionalista, non abbandono mai la fede.

Erano trascorsi pochi istanti e all’improvviso il citofono squillò.

Luca, che era più vicino, si alzò per rispondere:

– Si? Chi è?

Dal microfono si sentì urlare stridula la voce forse di un ragazzo, ma facilmente confondibile anche con quella di una ragazza un po’ mascolina:

– La pizza!

- Sali, ultimo piano – fece Luca aprendo col bottone il portoncino e con gran forza la porta di casa; dopo corse subito al suo posto per iniziare la prima partita di uno dei tanti tornei giocati in quel soggiorno.

La partita ebbe inizio e subito Riccardo prese attacco con quegli ometti disegnati alla perfezione e in grado di fare la maggior parte delle finte usate dai giocatori reali di campionato; più l’omino avanzava verso la porta avversaria, più Riccardo alzava la voce agitandosi:

- Eccomi, eccomi...un dribbling…un altro ancora…eccolo…

Proprio in quel momento sentimmo squillare nell’altra stanza un telefono. Uno squillo breve che fu seguito prima da un totale silenzio, poi da un successivo squillo. La porta di Leonardo si aprì di colpo da dove lui ne uscì serio e a testa china, come per schivare ogni domanda. Il citofono suonò ancora una volta:

– Si? Chi è? – fece lui e subito dopo – Scendo – disse ed uscì scomparendo per le scale.

Io e Luca restammo a guardare incuriositi l’atteggiamento di Leonardo, ma fummo interrotti dall’urlo disumano di Riccardo che per due minuti netti d’orologio non fece altro che ripetere “GOOOAL! GOOOAL! GOOOAL!”

La nostra attenzione ritornò di nuovo nel soggiorno, in special modo sull’impavido e temerario attaccante in cui si era immedesimato, quasi trasformato, il nostro buffo coinquilino.

Nel frattempo era arrivato fino all’ultimo piano anche il povero sventurato ragazzo con la voce metà da uomo e l’altra metà da donna, ma sicuramente affannata per via dei piani fatti senza ascensore.

Aprì la porta timidamente, per sua sventura proprio nell’istante in cui Riccardo iniziò ad urlare. Quasi s’intravide l’istinto di scappare via per quelle rampe, saltandone tutti gli scalini; dopo un attimo di smarrimento, disse:

- Permesso? Pizza.

- Vieni, entra, non ti preoccupare. Non ti spaventare: è matto, ma è buono te lo assicuro. Entra su. Vuoi da bere qualcosa?

Il giovane entrò seguendo Luca che era andato ad accoglierlo sull’uscio. Anch’egli, nel pulirsi i piedi sullo zerbino, sembrò fare un leggero inchino al nostro fedelissimo maggiordomo; dopo aver consegnato le pizze con le bevande a Luca, si rivoltò a guardare lo specchio che seppe strappare anche a lui un bel sorriso.

Riprese fiato e disse: - sono 33 euro e 40 centesimi in tutto.

- Bene. Leonardo, il ragazzo che probabilmente hai incontrato per le scale, lo hai visto? – pronunciò Riccardo con il tono tipico di quando improvvisava uno dei suoi sketch. Non appena il giovane fattorino gli diede consenso a proseguire dicendogli sì, continuò:

– Bene. Quel ragazzo lì aveva con sé i soldi della pizza e probabilmente, visto che è stordito, non si è accorto di te mentre scendeva. Di sicuro ti avrà anche salutato, sbaglio?

- Non sbagli, mi ha salutato.

- Ma non ti ha guardato negli occhi…

- Non mi ha guardato negli occhi.

- Bene. Come al solito. Scende con i soldi mentre voi salite fin su. Aspetta due minuti, non vi vede e va nel bar qui vicino a bere alcool fino a spendere tutti i contanti.

- E in questo caso, cosa si fa? – timidamente domandò la vittima di Riccardo il quale rispose senza pensarci troppo: – Come si fa? Se riesci di corsa a scendere prima che scadano i due minuti, probabilmente riesci a farti dare i soldi… altrimenti… mi dispiace… noi qui, al momento, non abbiamo liquidi in tasca. Li abbiamo purtroppo dati a lui.

Il giovane ammutolì e sembrò per un istante smarrito. Sembrava domandarsi ripetutamente se la cosa migliore da fare era quella di credere a quelle parole e correre sino allo stordito alcolizzato e cercare di recuperare i soldi, o se era meglio fidarsi dell’istinto e non cadere nella trappola di Riccardo.

Anche Riccardo se ne accorse e con molta spontaneità gli voltò tranquillamente le spalle dicendogli:

- Lo so, avete ragione voi: anche l’altra volta, un tuo collega, ha pensato fosse uno scherzo… Dai, Luca, che ti faccio altri due goal – concluse riprendendo a giocare.

- Sta scherzando – m’intromisi io – è fatto così… gli piace scherzare. Perdonalo.

- Non c’è problema. Per un attimo avevo creduto potesse essere uno scherzo, ma non nascondo che l’istinto di correre giù per le scale mi è venuto.

- Ecco. 35 euro. Tieni pure il resto.

- Gentile. Grazie. Buon appetito e buona serata.

Lo salutammo e iniziammo a mangiare.

Questo era il lato di Riccardo che mi svuotava totalmente: non riusciva a porre dei limiti nitidi tra gioco e realtà. Per lui era tutto un gioco, un continuo scherzare e se capitava che dalle sue labbra uscisse una perla di saggezza (ne aveva tante, fra le altre cose), pochi istanti dopo doveva colpirti con un sasso di ghiaia, affermando subito un qualcosa di stupido. Questo suo lato mi infastidiva e mi feriva, in un certo senso.

Luca, invece, non aveva proferito parola. Complice di Riccardo dall’inizio alla fine. Anche con Luca, come con Riccardo, mi ripetevo di starci bene sotto molti aspetti, ma non riuscivo ad evitare di sentirmi solo.

Se ci fosse stato Leonardo, di sicuro lui avrebbe fermato il gioco sin dall’inizio e non avrebbe permesso a Riccardo di vestire d’imbarazzo totale quel povero giovane che stava lavorando.

Nel frattempo, tutto questo pensare mi faceva interrogare su come stessero andando le cose per Leonardo e se fosse riuscito a trovare un punto d’accordo con Irene. Ero sicuro che fosse sceso per vedere lei.

Non durò molto la mia curiosità perché ad interrompere quel pensiero fu proprio Leonardo che entrò in casa con lo sguardo sereno di chi ha avuto una bella notizia o come quello che, nonostante la buona novella non lo avesse raggiunto, riusciva a nascondere comunque l’amaro dispiacere.

Lo guardai con il desiderio di assalirlo di domande e di sapere tutto per filo e per segno di quel suo incontro, ma mi rendevo conto che non potevo essere invadente fino a quel punto; poi non mi andava si capisse che avevo tanto interesse a conoscere Irene.

Così feci finta di nulla e continuai a guardare Luca giocare con Riccardo al videogioco del calcio. Erano lì che urlavano, ridevano, si sfottevano, si strattonavano e quando iniziavano una partita, non ascoltavano più nessuno, non accorgendosi neanche di quello che accadeva intorno a loro. Entravano nel vivo del gioco; Riccardo addirittura scalciava con le gambe, quando il suo omino ostentava il tiro, quasi come volesse tirare al suo posto, mentre Luca si muoveva in modo ridicolo con le mani come se agitando il controller di scatto, la palla potesse essere calciata più forte e precisa o il portiere si tuffasse con maggiore slancio, afferrando anche le palle più difficili.

Mi voltai verso Leonardo che era rimasto in attesa di una parola e si mostrava eretto, in piedi davanti allo schermo in silenzio: quel suo sorriso e quel suo sguardo sereno avevano proprio l’aria di quelli che non hanno avuto una lieta conversazione, ma che tengono stretti i denti per non cadere in un lungo pianto senza fine. Chissà cosa gli aveva detto quella ragazza e di che avevano parlato?

- Siedi pure qui con noi, Leonardo. Chi perde gioca contro di te - disse puntuale Luca appena si accorse del suo rientro in casa.

- A questo punto direi di ricominciare tutto da capo. Chi arriva ultimo paga la pizza – fece Riccardo che non trovava stimoli se non puntava almeno qualcosa in ogni confronto.

- Va bene ma non prendere la squadra più forte come tuo solito – rimproverai Riccardo, il quale, con voce infastidita, rispose:

– Anche con la più debole sono in grado di vincere.

Non accettava di perdere a quel gioco; seppure si scontrasse con un avversario debole o comunque inferiore alle sue capacità, per lui l’importante era vincere facendo il numero massimo di goal possibili. Una volta fece addirittura piangere con lunghi singhiozzi Simone, figlio di una nostra comune amica, che lasciò in nostra custodia per un’ora circa: da quel giorno non rivedemmo più Simone in casa.

Un altro giorno fece piangere Federico, il cugino della fidanzata di Luca. Federico aveva 15 anni e seppur si sforzasse di fare goal, Riccardo riusciva ad impedirglielo e lo innervosì fino al punto da farlo arrabbiare e piangere per il nervoso: anche Federico non lo rivedemmo per molto tempo in casa nostra, se non in quelle poche volte che fu accompagnato dalla cugina.

Poi accadde che anche Elena, la fidanzata di Luca, smise di frequentare la casa e la cosa apparve molto strana, visto che lei veniva spesso da noi: almeno tre volte durante la settimana e chiamava Luca ogni sera.

- Come sta Elena, Luca? Non l’abbiamo più vista – gli chiesi discretamente.

- Non lo so. A dire il vero ci siamo lasciati.

- Vi siete lasciati? Chi? Tu ed Elena? Non ci posso credere. Mi dispiace veramente tanto: eravate una così bella coppia insieme. Ti ha lasciato lei? - domandò Riccardo.

- Non proprio. Credo fosse una decisione di entrambi, anche se poi alla fine lei non lo ha mai detto: comunque l’ho lasciata io. Mi sentivo confuso e avevo bisogno di chiarirmi le idee…

- Sei riuscito a chiarirle? – domandai.

- Non lo so di preciso: senza di lei sto bene, non mi sento solo… Delle volte, però, capita che la penso e mi manca. Alti e bassi: confuso.

- Era da molto che pensavi di lasciarla? – continuò Riccardo.

Luca stette un po’ in silenzio, poi sospirò; Leonardo, forse con più tatto e sensibilità di noi, si accorse che forse non era il caso di continuare quelle domande alle quali non c’erano risposte certe e prendendo posto alla postazione di gioco, affermò serio e sicuro di sé:

- Se è confuso vuol dire che non sa ancora bene se è la ragazza giusta per lui o se è quella sbagliata: io direi che è meglio lasciarlo tranquillo. Quando capirà, lo dirà prima a lei e poi, se vorrà, ne parlerà anche con noi. Con chi devo giocare? Chi mi sfida? – concluse così e tutti noi lo seguimmo apprezzando la gratitudine che Luca gli mostrò attraverso un sorriso di compiacimento.

Anche Luca si era all’improvviso richiuso in se stesso e fino a quel giorno non lo avevo sentito così distaccato. In altre occasioni si sarebbe aperto, ne avrebbe parlato; ora, invece, era tranquillo e sembrava addirittura diverso, cambiato forse.

Leonardo, invece, era sempre stato così introverso che da lui non mi sarei mai aspettato un atteggiamento di totale apertura.

Sembrava nascondere un segreto: si poteva leggerlo nei suoi occhi, sempre un po’ malinconici e tristi, che a tratti sembravano sputare fuoco e altre volte, invece, sembravano volessero piovere lacrime di tristezza. Non riuscii mai a vederlo piangere.

Ma in ogni caso, un po’ tutti noi stavamo cambiando, forse perché stavamo maturando e lentamente iniziavamo a guardare la vita con occhi da adulti. Tutti noi stavamo cambiando. Inesorabilmente.

Nonostante ciò, la bella sensazione che provavo attraverso un semplice video-gioco e quattro amici, mi faceva sentire pieno di me e mi sentivo in pace con me stesso.

In realtà sapevo benissimo che era Leonardo a trasmettermi tanta sicurezza. Il vederlo triste e ferito, in un certo senso, mi faceva sentire meglio: se soffriva anche lui, significava che nessuno poteva sfuggire a quel senso di vuoto che la vita, delle volte, lascia nello stomaco.

Guardai la mappa del mondo appesa al muro. Mi domandai se anche gli altri, come me, la guardavano spesso. Io iniziai a fissarla proprio quando un giorno notai che Leonardo aveva volto lo sguardo su di essa, senza distoglierlo per lungo tempo. Mi aveva così affascinato la profondità con cui volgeva la vista verso quei continenti sconosciuti che, attraverso tale passione, riuscii per un istante a vivere quel suo viaggio mentale; da lì in poi quel viaggio lo ripercorrevo anche io, da solo, attraverso le mie conoscenze e il mio sapere.

Nonostante mi donasse un senso di puro giovamento per l’animo sognare di viaggiare in quei luoghi che da libri, documentari e altre fonti d’informazione conoscevo, la domanda che mi ponevo ammirando Leonardo guardare lo stesso foglio disteso, sapeva svuotarmi d’ogni singolo piacere costruito: cosa pensava in quell'istante? cosa, di così profondo, trasformava il suo volto e lo rendeva così bello e così tranquillo, quieto, indisturbato da ogni sorta di brutto pensiero?

Era nuovo, quel planisfero: lo portò un giorno Riccardo dopo che insieme decidemmo di intraprendere questa avventura. Subito dopo averlo messo su quella parete ingiallita dal fumo di sigarette disse: - questa carta geografica ci seguirà ovunque e in ogni città metteremo una X rossa.

Doveva esserci un segno per ogni luogo visitato, ma era ancora vuota: lo sarebbe stata per sempre?

- Che squadra prendi, Leonardo? – chiesi nel notare che anche lui si era un poco lasciato andare ai suoi sogni.

- Facciamo decidere al computer, a caso, così nessuno si lamenta. Che ne pensate?

Accettammo; il computer sorteggiò per noi le squadre e iniziammo le partite.

Poco dopo squillò il telefono e dalle bocche di tutti, compresa la mia, uscì fuori un verso di disapprovazione: chi ci cercava proprio in quel momento?

Il telefono che squilla durante una cena proprio nell’istante in cui, tutti affamati, si prende posto a tavola e si sta per azzannare i primi piatti commestibili del banchetto, è davvero molto fastidioso, soprattutto se il momento è stato atteso e bramato per lunghi minuti; così il telefono che squillò durante il nostro torneo di calcio proprio nell’istante in cui iniziavamo a giocare, fu davvero irritante.

Riccardo si alzò per rispondere mentre io e Luca cominciammo il primo match.

Era appena iniziata la partita che feci subito un goal e mi venne spontaneo esultare a squarciagola; lo facevamo un po’ tutti, mentre Luca taceva con un sorriso simpatico, quasi trattenuto; lo guardavo con la coda dell’occhio mordersi le labbra di rabbia.

- Leonardo ti vogliono al telefono, è Irene – disse Riccardo guardandolo.

Mi si gelò il cuore e non capivo la ragione per cui, con il sentir nominare Irene, quel nome s’impossessava del mio animo, togliendomi il respiro.

Leonardo si alzò fissandomi per un istante brevissimo e il mio cuore, gelatosi poco prima, sembrò rompersi in mille pezzetti di trasparente cristallo.

Con molta calma, cercando di nascondere l'imbarazzo e il timore, si avvicinò a Riccardo e fece per prendere la cornetta in mano.

- …comunque piacere, io mi chiamo Riccardo. Leonardo parla sempre poco di te, ti tiene nascosta… Quand’è che ci vieni a trovare così ti conosciamo?

- ma sei un cretino! Dammi qua il telefono!

- E dai! Volevo solo sapere chi era, conoscerla… ma ti sei offeso?

Lo disse con un tono colpevolizzato; credo si fosse reso conto di avere esagerato e mi dispiacque sentirlo così, con quell'accento triste.

Anche Leonardo lo capì e subito lo rassicurò: - ma no, figurati, quale offeso! Vai a giocare altrimenti ti rubano la partita e ti fanno perdere – e gli diede un leggero schiaffetto sul capo.

- Pronto… sì, sono io, Leonardo… lo so Riccardo è fatto così e quasi sempre risulta essere simpatico… no, lo è anche dopo che lo hai conosciuto…

Di colpo abbassò il tono della voce e si voltò di spalle come per non farsi sentire. Stettero al telefono un paio di minuti e poi, a giudicare dall’atteggiamento di lui, credo ci sia stato un momento di silenzio. Forse non sapevano più cosa dire e non riuscivo a spiegarmi perché una parte di me desiderava sapere che la loro storia fosse finita.

Proprio in quel momento Leonardo appese il telefono e senza dire nulla, con sguardo sereno, si avvicinò a noi e si mise a sedere.

Non riuscivo ad evitare di domandarmi cosa si fossero detti in quella telefonata: lo vedevo così pieno di sé, apparentemente sicuro e non turbato che il senso di invidia mi opprimeva l’animo; non gli chiesi nulla, per non cadere nell’errore di sbilanciarmi troppo: nonostante tutto, quello stesso pensiero mi faceva sentire meschino e scorretto.

Finita la partita fra me e Luca, fu proprio questo ultimo, avendo notato solo in quel preciso momento che Leonardo aveva terminato la conversazione telefonica, a chiedergli qualcosa su Irene.

Lui non rispose da principio. Rimase qualche secondo immobile con lo sguardo fisso sullo schermo del televisore e mi accorsi solo allora quanta forza doveva mettere per sembrare sereno, o almeno per mostrarsi tale ai nostri occhi.

Provai a sentire la sensazione che lo avvolgeva mettendomi per un istante al suo posto ed avvertendo il peso dei nostri sguardi su di lui: mi sentii appesantito cosicché distolsi la mia attenzione da lui per alleggerirlo da quel fardello.

Non lo avevo mai visto così fino ad allora. Gli occhi semichiusi, dai lineamenti delicati, si erano trasformati in dighe di cemento armato e, pian piano che i secondi scorrevano, sembravano dilatarsi, aprirsi, per sfociare in un pianto che difficilmente sarebbe cessato.

Sorrideva. Leonardo comunque sorrideva. Dopo aver preso un bel sospiro, come per iniziare il discorso della liberazione dal peso che portava dentro da chissà quanto tempo, emise un verso dalle rosee labbra socchiuse che non aprì perché Riccardo, che gli chiese se ne era innamorato, lo gelò e lo riportò di nuovo nel suo cupo silenzio.

Con la coda dell’occhio notai che cercava il mio supporto, o così mi parve.

Mi voltai e lo guardai a mia volta ed iniziò a parlare:

- Non lo so se ne sono innamorato. Sembrerebbe di sì… ma chi mai sa quale è il vero amore. Un giorno mi sveglio e mi accorgo che la sento padrona della mia gioia e della mia felicità; un altro, invece, mi sveglio con il pensiero che non è giusto affidare la mia felicità ad una persona e, così, l’idea di essermi innamorato di Irene solo perché la vedo come l’unica in grado di rendermi felice, mi appare come un alibi e una forma di codardia.

- Perché mai dovresti sentirti codardo nel pensare che ci sia una sola persona in grado di renderti felice? – gli feci. Rispose senza pensare troppo a quella domanda che pareva come percuoterlo da tempo, come se lui stesso se la fosse posta altre dieci cento mille volte: - perché se Irene mi dicesse che mi ama io probabilmente ne sarei felice e mi scoppierebbe il cuore di immensa gioia, non lo nego. Mi chiedo anche come mi comporterei, però, se un giorno la stessa persona mi dicesse che non mi ama più: il cuore poco prima esploso di gioia, imploderebbe di tristezza e questo io non lo voglio. Io vorrei essere felice da solo e sentirmi bene con me stesso: solo allora credo si possa parlare di amore. Sono convinto che amore non sia trovare nel proprio compagno una felicità interiore che manca nella vita di ognuno di noi… no, non credo sia così… io credo che amore sia desiderio di condividere la propria felicità interiore con il partner e…

Tacque. Noi non sapemmo cosa dire a riguardo né come concludere quel pensiero piuttosto semplice e intuibile per molti aspetti, ma che poche persone riuscivano veramente a mettere in pratica.

- Perdonami una domanda – soggiunse Luca – dici che amare è trovare quella donna o quell’uomo con cui si ha voglia di condividere felicità e dispiaceri; quindi, tutti quelli che si sentono un po’ abbattuti, infelici diciamo, e trovano un compagno o una compagna in grado di tirarli fuori da quel senso di disagio, in realtà, tutte queste persone non amano veramente?

- Io parlo per mio conto, non per il conto di milioni di individui che non conosco. Io dico semplicemente questo: se uno è sempre stato sereno e felice, poi per ragioni temporanee nate da un imprevisto si sente all’improvviso infelice o insoddisfatto o comunque un po’ depresso, non è male trovare una persona che lo tiri su, che lo afferri per un braccio e lo trascini fuori da quelle difficoltà, ma sarà amore o gratitudine? Cioè, io voglio essere sicuro di stare bene con me stesso e di condividere con Irene ciò che di bello abbiamo da condividere… non voglio cadere nell’errore di stare con lei solo perché al momento mi appare come l’unica in grado di darmi ciò che cerco. E se poi mi dovessi sbagliare?

- Leonardo dai retta a me, tu ti fai troppi problemi. Viviti questa storia, se lei ha voglia di stare con te; altrimenti, se lei non ricambia, fattene una ragione e vai avanti per la tua strada. Ma non ti fermare a pensare ai “se”, ai “ma”, ai “forse”. Potresti sbagliarti, capire un giorno che non l’amavi realmente e lei potrebbe soffrirne, ma potrebbe accaderti di capire che l’amavi veramente tanto e ti stai precludendo la possibilità di saperlo portandoti dietro un rimorso troppo grande da superare nel momento in cui tutto ti sarà chiaro – disse Riccardo.

- Quello che dici tu è corretto; figurati che Schopenhauer ha anche scritto un libro su questo pensiero. Parla dei porcospini: dice che se i porcospini non trovassero calore da se stessi per affrontare l’inverno, finirebbero col ferirsi nel cercare quel calore dai loro simili, poiché le lunghe spine infilzerebbero gli uni e gli altri corpi. Cosicché bisogna trovare pace da soli e riuscire a mantenere le giuste distanze da chi si ama, per non correre il rischio di ferirsi a vicenda, ma neanche quello di allontanarsi troppo per paura di farsi male – detto ciò mi alzai e presi il pacchetto di sigarette vuoto e lo accartocciai fra le mani:

- Io dico che la vita va vissuta con più semplicità e che in ogni cosa ci vorrebbe la via di mezzo: non mi sento in colpa per essere stato con donne per solitudine: ho ferito, lo ammetto, ma sono anche stato ferito. Date retta a me: preparatevi, andiamo a farci un giro e godiamoci questi giorni apparentemente lunghi, ma non abbastanza da poter vivere e sentire il gusto della vita fino in fondo. Vado a comprare le sigarette, vi aspetto in strada.

Luca e Riccardo guardarono Leonardo negli occhi che rispose loro sollevando leggermente le spalle.

Il suo sguardo era mutato, ora sembrava sereno: i suoi occhi sembravano essere più naturali, anche se luccicavano ancora; non sembravano volessero piovere lacrime amare, ma dolci goccioline di commozione, pure come la limpida rugiada su verdi foglie in un prato in primavera.

- Dai! Manuel ha ragione: vestiamoci e usciamo a respirare un po’ d’aria fresca – disse Luca alzandosi. Riccardo lo seguì e anche Leonardo si alzò chiedendomi:

- Ci aspetti giù?

- Va bene, ma non fatemi aspettare tanto come al solito.

- Il tempo di darci una sistemata e scendiamo.

Uscii di casa tirandomi energicamente la porta dietro, che si chiuse con uno schioppo secco. Iniziai a scendere lentamente. Scalino per scalino. Piano dopo piano.

Mi sentivo a disagio e non capivo perché. Pensavo a Leonardo e ai suoi ideali ai suoi pensieri e alla sua morale. Il pensiero che lui si preoccupasse allo stesso tempo di se stesso e degli altri con lo stesso amore e dedizione, mi faceva sentire sbagliato, corrotto.

In fondo, lui non aveva tutti i torti e, in fondo, quando citai la storia dei porcospini, io stesso sentii che c’era del vero in quello che sia Schopenhauer che Leonardo dicevano. Però, a parer mio, era un’idea sbagliata, troppo estremista: un'idea che rischiava di ferire.

Arrivai in strada senza neanche riuscire ad accorgermene. Per un istante mi sembrò di non riconoscerla nonostante fossi abituato a percorrerla tutti i giorni; raggiunsi poi, il bar poco distante dalla nostra scala, ritrovandomi immobile, davanti a Luigi, un uomo basso e tozzo, con due baffi da sparviero sotto il naso a patata e folte sopracciglia brune e bianche; con la sua voce rauca mi apostrofò:

- Ti sei bloccato? Vuoi che ti spengo e poi ti riaccendo?

- Sì, scusa – sorrisi – ero soprappensiero… dammi un pacchetto di sigarette per piacere.

- Manuel! Qual buon vento… Ci donate l’onore di sedervi vicino a noi per una birra in compagnia?

Era Julian, un ragazzo sulla ventina di anni, di origine britannica. Lui e la sua famiglia si erano trasferiti in Italia da due anni circa; lui, essendo persona curiosa e con tanta voglia di imparare, aveva appreso molto bene l’italiano: talmente bene che fin quando non dichiarava il suo nome, non avresti capito le sue origini.

- Mi dai del lei adesso? Sono diventato così vecchio?

- Ma non sei vecchio! Sto leggendo Shakespeare in versione italiana. Devo dire che in lingua originale è stupendo e tradotto perde gran parte del suo fascino, però, se posso dare un mio modesto parere, anche se la traduzione non riesce a mantenere sempre il senso del testo originale, ti assicuro che l’italiano è una lingua bellissima, travolgente. Credo che sia la più bella in assoluto.

- Anche il francese dicono sia una lingua affascinante – feci io.

- Sì, lo è e a me personalmente piace molto.

- Parli anche il francese?

- Io parlo inglese, francese, italiano, spagnolo e tedesco perfettamente e ti posso dire che, secondo me, la lingua va giudicata ed amata per due aspetti: il primo è l’accento, lo slang diciamo; poi va valutata per il suono che hanno le parole del suo vocabolario. Ora, io sono convinto che per ogni situazione o emozione, c'è una lingua più o meno adatta ad esprimerla…

- Uhm… interessante, sentiamo meglio. Mi versi una birra per piacere?

Luigi nel frattempo mi aveva dato le sigarette e con passo lento e goffo andava a versarmi una birra ghiacciata nel bicchiere. Ogni suo movimento era meticolosamente curato nei dettagli e particolarmente calmo.

Il capo era calvo, adornato da una peluria che partiva dalle orecchie e finiva dietro la nuca, dove una coda lunga e saldamente legata da un elastico era l’unica cosa del corpo che si muoveva velocemente.

Julian smise di parlare attendendo che io mi fossi seduto per spiegare meglio il suo pensiero sulle lingue.

La coda di Luigi dondolava a destra e a sinistra e la notavo ugualmente nelle parti nascoste del bancone, mentre si chinava per prendere qualcosa in basso, grazie al riflesso della vetrata dove erano esposte le bottiglie dei liquori alle sue spalle.

Frequentavo molto quel piccolo bar; ci andavo spesso per le sigarette, poi incontravo sempre qualcuno che mi convinceva a bere qualcosa insieme, come in quel momento fece Julian.

All’improvviso, attraverso lo specchio, notai il riflesso della vetrata che dava sulla strada e, in particolar modo, vidi la sagoma di una ragazza. Per istinto mi voltai e mi accorsi che quella ragazza non mi era sconosciuta.

Nel frattempo Luigi mi aveva dato la birra e, continuando a guardare quella ragazza, presi posto vicino a Julian:

– Dài, spiegami questa storia delle lingue – feci e la porta del bar si aprì alle mie spalle. Entrarono due ragazze molto carine e giovani: una di loro era quella che avevo notato poco prima fuori, l’altra non l’avevo mai vista e, probabilmente, era arrivata subito dopo che mi ero seduto.

Entrarono dirigendosi al bancone del bar ordinando anche loro due birre.

Iniziarono a parlare e lo fecero come due perfette amiche che si ritrovano una volta al mese per raccontarsi tutto ciò che non si erano raccontate durante quei giorni di distacco.

Julian bevve un sorso dal suo boccale di birra; mentre stava per iniziare a parlare, la ragazza che non mi era nuova fece sentire la sua voce con tanta vitalità che lo fece tacere, nonostante desse loro le spalle.

- Manuel? Sei Manuel tu?

- Sì, sono Manuel… - m’imbarazzai un poco perché quella ragazza aveva un viso familiare e, in realtà, in qualche modo la conoscevo, ma non ricordavo proprio dove ci fossimo incontrati e in quale occasione.

- Ciao come stai? Immagino non ti ricordi affatto di me, vero?

- Per evitare una figuraccia, sperando tu possa perdonarmela, ti dico che nonostante tu abbia un viso conosciuto, non riesco proprio a ricordare dove ci siamo incontrati.

Si avvicinò al nostro tavolo trascinando per un braccio la sua amica. Quest’ultima sedette tra me e Julian guardandola con un’espressione interrogativa; ci chiese poi il permesso di restare anche se la domanda più che a noi due sembrava essere rivolta all’amica; con un atteggiamento un po' freddo, questa esitò per un istante, poi sorrise.

- Prego signorine, accomodatevi affinché le vostre belle persone facciano risaltare i modesti corpi solitari di due comuni ragazzi come noi – disse Julian e anche l’altra sconosciuta prese posto di fronte all’amica, sempre tra me e il mio giovane amico.

- Allora, mi togli il peso di sapere dove ci siamo conosciuti e mi permetti poi di chiederti scusa?

- Va bene, va bene. Tanto immaginavo che ti saresti dimenticato di me. Comunque non c’è nulla da perdonarti visto che ci siamo conosciuti sul treno Roma - Milano. Mi chiamo Sara. Ti ricordi quel treno che non aveva le luci nelle cabine e ad ogni galleria diventava buio?

- Oh, sì… ora ricordo. Eravamo nel corridoio e andavamo in bagno a fumare sigarette. Come stai? Cosa ci fai a Milano?

- Sono venuta a trovare questa mia amica. Lei è Irene. Irene lui è Manuel.

Mi gelai. Irene. Quel nome si scolpì nella mente e iniziò come una pallina di un flipper a rimbalzare su ogni cellula cerebrale, rischiando per un momento di mandarmi addirittura in tilt.

Rimasi fisso a osservare i suoi occhi, mentre lei fu sfuggente; poi sorridendo guardò Julian e gli chiese:

- Tu, invece, come ti chiami?

- Piacere, Julian.

- Un po’ buffo come invito a sedere nel 2009, non trovi?

- Lui è inglese – giustificai io – ora sta leggendo Shakespeare tradotto in italiano. Sa parlare inglese, francese, italiano e … cos’altro Julian?

- Tedesco e spagnolo.

- Complimenti, ma sei giovanissimo.

- Ho ventuno anni; mi piacciono le lingue: è una mia passione.

Irene iniziò a scrutarmi, come per studiarmi, mentre Sara, euforica probabilmente per quella gita dalla sua amica, sembrava curare molto Julian.

In un momento di silenzio mi ricordai dell’appuntamento con i miei amici, ma quella strana coincidenza mi fece desistere dall'idea di chiamarli e preferii restare nel bar, spegnendo anche il telefonino per evitare giustificazioni che non avrei saputo dare.

- Bene. Vi riassumo due o tre cose – feci io. – Julian mi stava dicendo qualcosa circa un suo pensiero molto curioso e intrigante. Se vi va e a lui va, lo ascoltiamo tutti insieme e poi lo commentiamo: che ne dite?

- Che pensiero? – chiese Sara incuriosita e Irene, poggiando i gomiti sul tavolo e il capo sui palmi delle mani, mi guardò di nascosto e si mise in posizione comoda per ascoltare ciò che Julian stava per dire.

- Dunque… Come prima vi dicevo, e spero possa ciò che dico non passare per presunzione, io parlo perfettamente cinque lingue. Il fatto che ho iniziato a studiarle, indubbiamente, ha origine dal lavoro di mia madre che insegnava tedesco in una scuola inglese e da mio padre che, invece, insegnava francese nella stessa scuola. Poi ho vissuto un anno in Spagna e lì ho imparato lo spagnolo; infine due anni in Italia e qui ho imparato la lingua locale.

- Questa è la premessa. Ha solo ventuno anni il ragazzo. È un prodigio… Comunque, ora sta leggendo Shakespeare in italiano e il nostro discorso è iniziato con la sua considerazione che, seppur la traduzione non rispecchia la versione inglese, la nostra resta una lingua bellissima, forse fra le più belle che conosce. Ho cercato di fargli notare che in molti sono affascinati dal francese e lui mi ha risposto… dai continua tu…

- Le lingue sono tutte belle ma bisogna sapere come valutare la loro bellezza e secondo me ci sono due punti da analizzare: l’accento, inteso come slang, e il suo vocabolario. Cosicché in ogni situazione dove è richiesta la parola, io credo ci sia una lingua più o meno adatta per dirla. Esempio. Fate conto che dovete dichiararvi ad una ragazza; “ti amo” diventa “je t'aime”, “Ich liebe Dich”, “te quiero”: quale fra queste più vi piace?

- La seconda. Francese, giusto? A me piace moltissimo il francese – fece Sara.

- Anche io direi francese – aggiunse Irene e io chiusi il giro dei pareri con un – idem.

- Perfetto. Ora ponete il caso io debba dire ad una ragazza che non l’amo più e che la devo lasciare: in italiano potrebbe essere: “cara… ti ho amata tantissimo e su questo mai dovresti dubitare. Il mio amore è stato puro e intenso, armonioso, alimentato dalla tua passione, ma purtroppo, seppure lo sento forte dentro, ho bisogno di prendermi del tempo e lasciare che sia esso a chiarire questo senso di turbamento che porto”.

Julian suggerì lo stesso concetto in tedesco, spagnolo e infine in francese, poi continuò con un altro esempio. Si mostrò veramente brillante agli occhi di Irene e Sara, ma anche ai miei. Lo conoscevo da tempo e sapevo delle sue doti comunicative, ma era sempre bello stare ad ascoltarlo. Cosicché, si giunse alla conclusione che in effetti, ogni lingua aveva un ruolo più o meno incisivo a seconda della situazione.

- immaginate, quindi, se una persona dovesse salire al potere parlando il romantico francese. Ora lo dico per scherzo, ovviamente, però credo che il tedesco di Hitler abbia inciso sulla mentalità delle persone. Un tedesco anche se vi sta chiedendo semplicemente una sigaretta, sembra che vi stia minacciando. Sembrano essere sempre adirati con tutti…

Continuammo a parlare del più e del meno con le ragazze che riempirono Julian di domande, pregandolo di tradurre le frasi più strane; lui si prestava benevolmente al gioco fin quando Sara non gli propose:

- Ora te la faccio io una domanda: poni il caso tu mi voglia portare a letto questa sera. Ti assicuro che l’impresa, se non impossibile, potrebbe risultarti così difficile da raggiungere l’impossibilità; quale lingua sceglieresti per dirmelo?

Julian sorrise e senza pensarci molto affermò:

- Te lo direi in italiano perché sono quasi certo che nelle altre lingue non avrei alcuna speranza di convincerti.

- E come mai?

- Conosci forse l’inglese o lo spagnolo o il francese o, non so, il tedesco?

- No – fece Sara.

Julian proseguì ridendo:

– Bene. Se non le conosci e volessi portarti a letto, credo che utilizzerei l’italiano.

- Cosa le diresti? – chiese Irene con tono curioso e con lo sguardo puntato sul volto del ragazzo.

- Cosa le direi… vediamo un po’…

Si fermò due secondi a pensare e in quei brevissimi secondi mi si aprì un mondo nella mente: Irene. Irene per la quale Leonardo aveva perso la testa era lì, accanto a me, ne ero sicuro. Quella ragazza così bella, misteriosa e affascinante, ero sicuro fosse la stessa Irene di cui Leonardo era innamorato.

- Ho voglia di fare l’amore con te perché so che il destino potrebbe non farci incontrare più e mi si infrangerebbe il cuore se lasciassi assopire questa forte emozione che in questo momento sto provando guardandoti negli occhi. Se anche tu senti palpitare il cuore e bramare la passione nell’animo, non ti tirare indietro, non impedire ad un sogno di prendere il volo anche se amaramente per una semplice notte.

Queste furono le parole che Julian trovò come risposta alla domanda di Sara, prendendole una mano tra le sue delicate mani bianche che accarezzò delicatamente e poi baciò tenendo lo sguardo rivolto sulla ragazza; quando Sara, arrossendo, cercò di dirgli che quel modo era patetico e scontato e che non avrebbe funzionato con una come lei, Julian l’avvicinò con forza a se e le baciò le labbra per poi sussurrarle:

- So che è banale e so che non funzionerebbe con te in questo modo, ma sono sicuro che tu abbia capito che a me va di fare l’amore con te questa sera, ora devi solo decidere se va anche a te.

Irene sorrise, mi guardò, poi prese fiato:

- E tu? Tu come mi convinceresti a fare l’amore con te questa sera?

- Sei così bella che non credo direi nulla per convincerti: vorrei fossimo entrambi a volerlo e credo che ti sedurrei con sguardi e giochi di complicità…e se ti andasse, se mi andasse…allora lo scopriremmo solo vivendo l'esperienza.

Mi prese la mano ed incrociò le dita fra le sue. Poi, con il pollice, mi accarezzò il palmo e ritirò la mano. Voltò lo sguardo, arrossì. Aprì la borsetta e tirò fuori il suo telefono. Lo guardò pochi istanti e all’improvviso diventò triste e così rimise il telefono nella borsetta. Sara le sorrise e poi, quasi in sintonia con i pensieri dell’amica, dichiarò:

- Devo andare in bagno. Mi accompagni Irene?

Si alzarono e scomparvero dietro il bancone. Julian le seguì con gli occhi fin quando non si videro più; dopo di che si voltò verso la vetrata, per guardarle nel riflesso. Poi decretò:

- Ci stanno secondo me. Che si fa ora?

- Tu fai come vuoi, ma io non voglio rischiare con Irene. Quindi non credo forzerò la situazione.

- Fai come credi, ma cerca di lasciarmi solo con Sara, mi raccomando.

- Vedrò cosa posso fare. Non credo che si divideranno facilmente, non pensi?

- Tu provaci, poi si vedrà.

- Ci proverò, te l’ho detto.

- Grande! Ah… ritornano. Fai finta di nulla.

- Di che parlano i maschietti quando le femminucce non ci sono? – chiese Irene guardandoci entrambi, quindi continuò – ragazzi, io e Sara ci dobbiamo allontanare per un’oretta circa; avevamo già un impegno con altri amici in centro. Ci spiace ma vi dobbiamo salutare ora.

- Va bene, ma un’oretta e poi siete libere?

- Chi può dirlo? In un’ora può accadere tutto o può accadere nulla – fece Sara e allungandosi verso Julian per salutarlo con un bacio sulla guancia gli lasciò un bigliettino di carta sulle gambe. Poi salutò anche me con un bacio e Irene la seguì fuori del bar dopo averci salutato anche lei.

Quando uscirono, Julian aprì il biglietto di Sara.

- Cosa ti ha scritto?

- Dice che il mio modo di chiederle di andare a letto è stato infantile e banale, ma che lei ci sarebbe venuta volentieri se avessi saputo fermarla prima che andasse via.

- Bene, non volevi questo?

- Sì, ma è tutto al condizionale: “avrei fatto l’amore con te se mi avessi fermata, impedendomi di allontanarmi".

- Esci e fermala, che aspetti?

- Se esco e la fermo… poi lei…

Si alzò di scatto ed uscì. Li vidi parlare e lei sorrideva mentre lui si sbracciava come il pagliaccio di un circo. Poi l’afferrò di nuovo e cercò di baciarla; lei desisteva, continuava a ridere e Irene non sembrava affatto dispiaciuta, anzi, spingeva perché lei si lasciasse andare. Poi Julian, non so come, riuscì a farsi seguire da Sara che entrò nella macchina con il ragazzo inglese e partirono salutando Irene con il braccio fuori dal finestrino aperto.

Irene entrò di nuovo nel bar e si avvicinò. Non si mise seduta ma poggiò le mani sul tavolo dicendo velocemente: - io credo di essere innamorata già di un ragazzo, ma sono confusa… molto confusa. Sento di amarlo, ma ho una forte paura di legarmi di nuovo a qualcuno perché ho sofferto molto e non voglio rischiare né voglio ferire per le mie insicurezze.

- Perché le dici a me queste cose? – chiesi dolcemente.

– Perché… perché se si tratta di qualcosa senza un seguito, io tra un’ora mi libero e potremmo anche berci una birra insieme. Quattro chiacchiere senza programmare nulla. Non voglio nulla…

- Calma Irene: non ti ho detto che devi restare con me ora, né mi sembra di averti chiesto di ritornare da me tra un’ora. Sei grande per decidere…

Mi alzai e andai verso il bancone:

- Luigi… dammi altre due birre, per piacere, e fammi il conto di tutto, ci penso io a pagare.

Poi mi voltai verso Irene con piglio deciso:

- Io non cerco nulla, né pretendo nulla e vorrei fosse così anche per te.

Luigi posò i due bicchieri sul banco. Le goccioline scivolavano sul vetro appannato, mentre tante bollicine risalivano verso l’alto.

Irene si avvicinò. Mi guardò. Prese il telefono dalla borsetta e lo spense. Poi con un'espressione titubante e quasi colpevole disse: - non sono io… non sono mai stata così e non lo so cosa…

- Non te lo chiedere, non questa sera, per piacere… è tutto a posto fidati, con me non devi avere paura.

Pagai il conto e uscii dal bar abbracciando Irene che senza dire parola mi accompagnò sino a casa sua.

CAPITOLO UNO Leonardo - L’APPARTAMENTO

Il mattino bussava alla grande porta-finestra di una grigia stanza dell’appartamento in via dei Legionari 24, scala B sesto piano, alla periferia di Milano: era uno dei cinque locali della casa per la quale, insieme ad altri tre ragazzi, condividevo un affitto ingiustamente salato.

La porta d’accesso cigolava, ma non era quello il grosso problema, bensì la facilità di aprirla con un semplice cacciavite incastrato bene nell’uscio e una buona leva. Per chiuderla un calcio ben serrato.

Subito entrati in casa c’era un piccolissimo disimpegno e sul muro uno specchio e un poggia-abiti al suo fianco.

Così, per ogni persona che faceva accesso al nostro appartamento, c’era un maggiordomo sempre diverso, pronto a fare un buffo inchino seguendo il movimento di chi entrava o quello di chi usciva. Erano in molti, infatti, a frequentare la nostra dimora: ogni volta che qualcuno entrava da quella porta si ritrovava a salutare, per istinto e con un inchino, la propria immagine riflessa nello specchio; completava quella figura astratta il poggia-abiti posizionato nell’angolo che, nell’appendere la giacca o l’ombrello nelle giornate di pioggia, dava la sensazione di lasciare i propri oggetti ad un uomo ospitale, pronto a salutare chiunque con cordiale simpatia.

Oltre al salato affitto con i miei inquilini condividevamo anche un grande sogno: partire per il giro del Mondo.

C’era voglia di scoprire, di vivere, voglia di oltrepassare quei confini che ci obbligavano ad un’esistenza comune, forse monotona.

C'era voglia di andare in Nuova Zelanda, Giappone, Corea, Tibet; stabilirsi lì per un giorno o per settimane o anche per lunghi mesi; passare per l’Australia e raggiungere il Brasile, il Cile, il Perù, ritornare in Europa per poi ripartire ancora per l’Africa e di nuovo per altre mete ignote.

L’importante era partire, poi la meta l’avremmo trovata viaggiando. Il nostro obiettivo era quello di poterci svegliare padroni di noi stessi, delle nostre azioni; poterci sentire gli unici personaggi del copione più bello da interpretare con affascinante voglia di vivere, di essere, di esistere, perché il film che volevamo girare era la nostra vita.

Ogni volta che iniziavamo quel discorso finivamo sempre con tirare fuori mille idee e trai vari sogni che rimbalzavano contro le pareti, quasi non volessero passare inosservati, c’era la solita vocina che solo Riccardo udiva e che puntualmente lo faceva alzare di scatto facendogli dire all’improvviso:

- Fate silenzio un attimo…mi sta parlando, sentite anche voi?

- sentiamo cosa?

- la voce. Non sentite anche voi questa voce? Mi sta chiamando.

Lentamente si alzava girandosi intorno nella stanza come per cercare di capire da dove giungesse fino ad uscire dalla porta di casa.

- Ma sta bene? Eccola cosa? – chiese Manuel stupito e Luca, che fra noi tutti era quello che più lo conosceva, spiegava:

- Sono circa due settimane che dice di sentire una vocina che lo incita a correre sino al tabacchino per comprare uno di quei gratta e vinci, il PORTA-FORTUNA credo si chiami, torna su e gratta sperando di vincere i 500.000 euro in palio.

- Si, ma non accade mai! – esclamai io constatando che non c’era mai stato giorno in cui si sentì Riccardo affermare di aver vinto qualcosa.

- Quanto si può vincere con questo gioco? – continuò Manuel rivolgendosi a Luca il quale rispose senza indugio: - Mah! Non me ne intendo molto: so che ci sono premi da 500.000 euro e altri più piccoli tipo, non so, 10 mila o 5 mila euro.

- Caspita! Sarebbe bello. Realizzeremmo in fretta il sogno di partire… - fu interrotto Manuel da Luca, che euforico, come se avesse materializzato e quantificato quell’enorme somma in una frazione di secondo, disse:

- Si, ma con una bellissima barca a vela: lo facciamo con quella il giro del Mondo.

- Quei soldi, se non li sai investire finiscono – dibattei.

- Non mi dispiacerebbe molto finirli in barca a vela in giro per il mondo – aggiunse Manuel in difesa di Luca.

- Una parte io la investirei. Una parte che mi assicuri una prospettiva migliore per l’avvenire.

- Riccardo avrebbe suggerito – ipotizzò Luca, quasi intonando un canto cui noi ci aggiungemmo in coro:

- INVESTIAMOLA IN QUALCHE CASINO’.

Il coro s’interruppe con una risata che fu squarciata di netto dal brusco urto contro il muro della porta che si aprì violentemente:

- Ho sentito casinò? - entrò Riccardo con sguardo serio e un biglietto nella mano destra. Tra l’indice e il pollice della mano sinistra, invece, teneva una moneta alzata fino al livello degli occhi, che muoveva per attirare l’attenzione di tutti noi su quello che sarebbe stato l’amuleto magico che ci avrebbe dato la vincita. Ancora col fiatone dopo essersi fatto i gradini due a due di corsa, ci fissò tutti quanti per alcuni di secondi, poi con voce mozzata ammonì:

- Silenzio ora! – e ancora - ora grattiamo e vediamo se mi date ragione: me lo sento, oggi è la volta buona.

Si fece spazio sulla tavola dove posò il biglietto con un gesto lento, dolce si potrebbe definire, quasi per non disturbare il quieto sonno del suo premio nascosto sotto la vernice argentea della schedina.

Tolse bottiglie, bicchieri, posate, piatti sporchi e poi, invitando di nuovo al silenzio guardandoci negli occhi, iniziò un rito inventato sul momento, blaterando parole senza un senso e un filo logico, in una lingua a volte inesistente e altre volte composta da un italiano modificato.

- Coraggio Riccardo – disse Luca spazientito – gratta questo biglietto e smettila di fare il burattino.

- Si vede lontano un miglio che tu non hai mai vinto ad un solo “gratta e vinci” – rispose con tono sarcastico Riccardo e continuò – per vincere ci vuole stile. Dietro c’è tutta una cerimonia propiziatoria da seguire: innanzitutto bisogna richiamare tutti gli spiriti positivi presenti nell’aria e cacciare via quelli negativi…

- Sì, sì… ok. Sciò! Via spiriti negativi. Vai ora puoi grattare: se ne sono andati via e mi hanno garantito che non torneranno più – aggiunse Manuel.

- Dici sul serio?… non mi prendi in giro vero? – disse Riccardo con sguardo cupo. Scherzava ovviamente, era nel suo carattere giocare spesso.

Poi, con la voce di chi cerca sicurezza, mentre si guardava intorno scrutando gli angoli della stanza come per non farsi ascoltare da spie provenienti da altre galassie, domandò sottovoce:

- vado? Gratto il biglietto?

Per come recitò bene quella parte sembrò aver davvero soggezione di quei suoi spiriti negativi. In realtà non fingeva completamente e anche noi un poco li temevamo: tutto ciò che ci derubava della possibilità di vivere il nostro sogno era un po’ considerato negativo; sfortuna, fato o caso avversi che fossero, chiamarli ognuno col proprio nome affidandosi al più preciso e veritiero dei dizionari, non sarebbe bastato per farci riflettere che quello era solo un gioco e che non potevamo prendercela se non vincevamo quel premio tanto ambito dalla maggior parte delle persone comuni. Pertanto, era come se il destino contrario fosse mosso dagli spiriti che si divertivano ad ostacolare la nostra ascesa verso la cima del più auspicato fra i nostri desideri.

Era sempre stato così per noi: affidare un compito importante, dove avremmo dovuto mettere impegno e sacrificio, al fato sperando che questo potesse toglierci il peso di compiere quel faticoso cammino che avrebbe portato nelle nostre vite il grande cambiamento.

Anche quella volta, di fatti, la fortuna non fu molto dalla nostra parte. Per ogni numero che si grattava c’era un “no” di disapprovazione da parte dei ragazzi. Più le possibilità di vincere diminuivano, più quei “no” diventavano lunghi e lagnosi. Però, giunti all’ultimo numero, Riccardo fece un gesto col braccio in segno di vittoria. Lo fece senza dire nulla, trattenendo il respiro in un sorriso a mostrare i denti ben serrati.

- Ragazzi – disse poi – abbiamo vinto…

- Abbiamo vinto? Quanto, quanto – si fece vicino a lui Luca per guardare bene il biglietto.

In quell’istante i pensieri iniziarono a muoversi velocemente. C’era una parte di me che spingeva verso di loro e avrebbe voluto condividere quella gioia, mentre l’altra parte di me mi tratteneva dal farlo e non sapevo spiegarmi il perché.

- dai, scopri il premio che aspetti? – disse Manuel.

- Va bene, con calma però – fece Riccardo iniziando a grattare il biglietto nella parte riservata alla vincita.

Man mano che si scopriva la cifra in palio vedevo i loro occhi illuminarsi. Prima un cinque; poi uno zero e infine, con amara delusione dei tre, quella virgola che fece capire loro che avevamo vinto 50 euro.

Mi sentii felice di quel premio, nonostante fui restio ad avvicinarmi agli altri. Mi accorsi che in fondo, essere aiutati dalla fortuna, poteva anche essere piacevole come sensazione. Proprio nel momento in cui mi sentivo desideroso di condividere questi pensieri con gli altri, Riccardo propose di comprare altri biglietti con i soldi vinti.

Tutto questo m’infastidiva, aggravato dal fatto che la mania del gioco stava diventando sempre più un’ossessione. Per giunta non si limitava lì: sia Riccardo che Luca, seguiti poi da Manuel, iniziarono a frequentare sale dove si giocava d’azzardo; organizzavano tornei di poker in casa; passavano le nottate a bere e a fare uso sempre più continuo di droghe.

Nell’ultimo periodo le cose stavano cambiando. Notavo che la casa era frequentata da persone sempre nuove, con facce sempre più inquietanti che non mostravano nulla di buono.

Davano meno importanza ai soldi, spendendo senza badare a nulla. Manuel era sempre stato così; seppure ammettevo di invidiare il suo fascino e restavo comunque affascinato dai suoi modi di fare, non riuscivo ad evitare di pensare che stavo lentamente perdendo stima e fiducia nei suoi confronti.

Riccardo e Luca avevano sempre avuto dei tabù su sesso, alcool o droghe e si preoccupavano molto per i giudizi altrui: ora si mostravano l’opposto di quello che erano quando li conobbi.

- Bisogna adeguarsi ai tempi che corrono Leonardo! – esclamava Riccardo quando provavo a distaccarmi dalle loro serate mostrandogli disapprovazione. Luca continuava a dirmi:

- unisciti a noi, non fare il finto perbenista.

In realtà, l’uso di droghe, io compreso, lo avevamo sempre fatto, ma esclusivamente per passare una serata diversa dalle altre, quasi per gioco. Questo mi portava ad unirmi a loro: non mi sentivo un santo da quel punto di vista.

Restavo comunque infastidito nel notare che tutto ciò stava diventando un’abitudine e che sia Luca che Riccardo si stavano trasformando lentamente nel tempo: arrivavarono persino ad essere violenti, immischiandosi spesso in risse.

Manuel, invece, restava sempre composto in ogni parola e atteggiamento. Difficilmente lo trovavi con una maglia a mezza manica o con una camicia non stirata. Indossava sempre abiti firmati ed eleganti e si radeva la barba tutti i giorni. Lui poteva anche far uso di droghe o passare un’intera notte a bere, ma la sua particolarità era che non ne avrebbe mai parlato, riuscendo a convincerti persino che sapeva controllarsi perfettamente.

Spesso era capitato di passare la serata in casa o anche fuori, tra locali di vario genere (pub o discoteche), di assumere sostanze stupefacenti e Manuel sembrava non gradire molto parlarne o vantarsene; era come infastidito dal suo stesso atteggiamento e cercava sempre di stare lontano dall’argomento.

Infatti, in quelle serate, lui era molto distaccato dal gruppo. Se ne stava per conto suo a corteggiare con galanteria qualche ragazza, a socializzare con chiunque gli desse modo di parlare e solamente quando leggeva un nostro segnale, fatto di sguardi con cui gli chiedevamo di avvicinarsi, lui arrivava da noi sorseggiando il suo cocktail; dicevamo qualcosa di semplice, ma sempre senza fare riferimento a droghe, e poi, dopo aver preso la bustina contenente cocaina, con molta attenzione per non farsi notare da nessuno, andava in bagno.

Lo vedevi ritornare dopo qualche minuto tutto pulito e ben pettinato.

- Riccardo! – diceva con sguardo acuto e serio – allunga la mano.

Riccardo gli poneva la mano sulla quale egli lasciava scivolare velocemente la bustina. Quello era l’unico riferimento all’uso di droghe che da Manuel potevi sentire o vedere, per il resto lui preferiva fingere di essere completamente pulito. Difficilmente si poteva pensare di lui come uno che ne abusava.

Mi sentivo cambiare anche io. Non avevo mai avuto problemi ad unirmi ai loro festini né riuscivo a giudicarli male prima ancora di provare quel tipo d’esperienze, ma sentivo che le nostre strade si stavano per dividere. Stavo perdendo me stesso tanto che non mi riconoscevo più e il pensiero che stavo spendendo il mio tempo in un modo che non soddisfaceva pienamente le mie esigenze, mi feriva molto l’orgoglio.

Ero convinto che il legame instaurato fra me e gli altri nascesse dal sogno di intraprendere un viaggio; forse proprio per questo non avevo mai sentito il peso del sacrificio da affrontare per raggiungere il nostro obiettivo; quando un sogno è condiviso da molte persone, la probabilità di realizzarlo è maggiore rispetto alla probabilità di realizzarlo da solo: noi quattro eravamo padroni di un sogno comune e per raggiungerlo potevamo contare ognuno sull’aiuto dell’altro tenendoci uniti per raggiungere l’ambita meta.

Questo m’inebriava di felicità, ma dal momento in cui sembrava non esserci più questo legame, non riuscivo a mostrarla né ad esprimerla. Ero ancora fiducioso di condividere quel desiderio con Riccardo, Manuel e Luca, ma sempre più spesso avevo la sensazione di essere l’unico a crederci ancora, ma peggio fu quando iniziai a chiedermi cosa ci facevo io in quel mondo in cui non trovavo soddisfazione né serenità.

- Cosa c’è che non va? Sembri triste Leonardo, tutto bene? – mi chiese un giorno Manuel.

- Tutto bene. Nulla di serio.

Luca s’intromise dicendo:

- sicuro che non è serio? Ultimamente sto notando che sei sempre distaccato. È successo qualcosa?

Non risposi. Sentivo il bisogno di partire, di abbandonare quel mondo che tanto mi metteva disagio, ma ero consapevole che quell’esigenza riguardava esclusivamente me.

Avevo sentito tanti ragazzi lasciare il proprio paese per trasferirsi all’estero e riuscire ad ambientarsi imparando la lingua velocemente, senza troppi problemi. Bastava adattarsi e iniziare da zero: nuove amicizie, nuovi lavori, nuove parole da dover pronunciare. Ero sempre più convinto che con un po’ di coraggio avrei potuto farcela anche da solo.

M’infastidiva il dovermi arrendere per la banale scusa di non avere denaro a sufficienza. Dovevo entrare nell’idea che una delle prime occasioni per lavorare sarebbe stata come lavapiatti in qualche ristorante del posto, Tokyo New York o Londra che fosse stata la meta.

Ormai mi sentivo solo. Mi apparve evidente dal momento in cui in casa si iniziò a giocare frequentemente d’azzardo fra puntate altissime al calcio-scommesse, passando per le nottate a puntare soldi su un tavolo da poker.

Sempre più di continuo la casa era invasa da persone che venivano per prendere grandi quantità di droga o per lasciare denaro o riscuoterlo.

Insomma, non era più come prima: fingevo di abituarmi e di farne parte, ma iniziava a pesarmi tutto questo via vai di persone sconosciute e che non gradivo affatto.

Prima di allora, però, tutti noi eravamo stati sempre curiosi di scoprire cosa ci fosse fuori del nostro Mondo e ascoltare le sensazioni e gli umori degli altri ci aiutava ad ampliare conoscenze o punti di vista.

Volevamo superare quelle colonne d’Ercole ed emigrare là dove la mente non sapeva portarci; cavalcare l’onda della vita, attraversare quel maestoso mare e vedere con gli occhi il lento cammino del cambiamento della nostra esistenza.

Fra noi era Manuel a sapere molte cose e spesso ci raccontava del Perù, del Messico, dei francesi o degli inglesi: ce li raccontava come se lui li avesse visti quei posti o avesse conosciuto quelle persone.

- I francesi li trovo un poco antipatici ad essere sincero: sono così nazionalisti, così sicuri di loro stessi e della loro nazione. Se parli con un francese e gli dici di conoscere la sua lingua, ti risponde di sicuro che tu non parlerai mai “il” francese, al massimo puoi saper parlare “in” francese – diceva frequentemente Manuel.

- Sono così puntigliosi? Io credevo che solo gli svizzeri fossero così - aggiunse con un tono di disappunto Riccardo.

- Ma no, gli svizzeri sono un popolo tranquillo. Loro hanno il pallino dell’ora anche se, per mie esperienze, sono spesso in ritardo. Sono famosi per gli orologi e per la cioccolata non per il loro patriottismo anche perché i cantoni svizzeri sono ricchi d’italiani emigrati dal sud in cerca di fortuna.

- Come sai tutte queste cose?

- Le leggo, Riccardo. Le cerco su Internet. Le ascolto.

- In base alle tue conoscenze riguardo nazioni che conosci e gente che le abita, in quale posto vorresti andare?

- Non te lo so dire, Leonardo. Mi piacerebbe uscire e vederle tutte quante. Credo ci sia una gran bella differenza tra il conoscere una città leggendola o ascoltandone la descrizione da chi c’è stato per pochi giorni e una città in cui si è vissuto anni.

- Credo tu abbia ragione.

Ogni domanda con Manuel sembrava essere banale. Per questo, ogni sorta di domanda che mi sorgeva spontanea e naturale fargli, spesso la tenevo per me e la celavo dentro il mio animo: avevo il timore di apparire superficiale e non mi sentivo alla sua altezza del suo sapere.

Nel pensare questo un telefono squillò. Era il mio. Manuel interruppe il racconto e mi domandò con tono dolce, quasi allusivo - è lei, Leonardo?

- Non credo possa essere lei. Perché dovrebbe cercarmi ora?

- Non essere così negativo: vai a vedere. Sono sicuro che è lei.

Luca prese il cellulare e me lo diede annuendo al pensiero di Manuel con un sorriso.

Tutti i ragazzi mollarono i loro affari e si riunirono intorno a me; mi guardavano leggere in attesa di sapere chi fosse.

Da molto tempo mi ero forse innamorato di Irene, la parrucchiera dove ero solito andare a tagliare i capelli. Ne ero forse innamorato perché a volte quel sentimento lo sentivo battere forte dentro il petto, come in quel momento in cui lo squillo del telefono mi fece sperare fosse lei, e in altre occasioni, invece, si mostrava così confuso, debole, tanto da farmi dubitare fosse vero amore.

All’inizio con lei le cose sembravano andare bene, ossia senza grossi problemi: ad entrambi piaceva parlare in quella mezz’ora e ognuno di noi ascoltava ciò che l’altro aveva da raccontare al momento, scambiandoci consigli all'occorrenza.

Al di fuori del salone dove lavorava non c’eravamo mai incontrati. Sapevo che abitavamo nello stesso quartiere ma, ai tempi in cui nacque quell’intimità che ci portò ad aprirci l’uno con l’altra, lei era fidanzata e ciò m’impedì di chiederle di uscire insieme anche solo per una semplice pizza.

Col tempo le cose cambiarono: i due si lasciarono, ma non per causa mia; la sua storia era da tempo ridotta ad un trascinarsi di rimorsi e si era mutata in un continuo rinfacciare errori commessi e torti fatti.

Al momento in cui lei decise di concludere quel rapporto così tortuoso e infelice, si appoggiò a me cercando un sostegno, con timido desiderio di comprensione.

Anche per questo motivo i miei sentimenti per lei risultavano essere confusi. In realtà io ed Irene non avevamo parlato molto di noi stessi, per cui risultavamo essere praticamente due sconosciuti e per giunta storie come quelle di lei, mi perseguitavano da sempre e un poco m’irrigidivano. Ne avevo già ascoltate sin troppe e da parte mia c’era la paura di rivivere una sorta di passato che stranamente sembrava non darmi pace. Sapevo che dipendeva dalla mia disponibilità ad ascoltare chi aveva bisogno di un conforto e, per questa ragione, finivo con il diventare l’amico perfetto.

Con Irene non mi andava di ripetere la solita storia, anche se lei non sembrava essere interessata a tenermi come amico per molto altro tempo.

Difatti, un giorno in cui andai da lei per radere i capelli, mi propose di uscire a bere una birra insieme ed io accettai. La sera passò brillantemente e fu molto piacevole ascoltarla al di fuori dell’ambiente di lavoro. Mi accorsi solo allora quanto mi piacesse, aiutato dalla graziosa novità di vederla arrivare all’appuntamento vestita dei suoi panni borghesi.

Una gonna in stile indiano, nera, e una t-shirt bianca risaltavano l’una le curve dei fianchi, l’altra quelle del seno; ai piedi indossava un paio di sandali, anch’essi neri, adornati di brillantini e i lacci, legati sino al polpaccio, davano piena libertà al tatuaggio tribale che dal collo del piede destro, risaliva sin quasi lo stinco passando per la caviglia (doveva trattarsi di un fiore stilizzato o qualcosa di simile).

Il piercing all’ombelico, sulla cui estremità era poggiato un piccolo brillante, attirava l’attenzione risaltando sulla pelle abbronzata di un bruno esotico; sulla stessa pelle bruna, al polso sinistro, una serie di braccialini dorati completavano l’incantevole immagine di Irene in quella sera di mezza estate.

In lei tutto sembrava essere stato pensato di proposito, non solo per quanto riguardava gli oggetti relativi all’abbigliamento, ma anche i capelli, il taglio degli occhi e il loro colore, il naso leggermente all’insù e le labbra non troppo carnose, di un rosa candido e profumato.

Il collo scoperto, alla base del quale le clavicole leggermente sporgenti davano desiderio di baciarla, scendeva con un equilibrio straordinario su spalle, braccia e il resto del busto, dando così forma ad un corpo sexy, il cui bacino sfociava con un dolce delta su fianchi che mostravano un’altrettanto sensuale anca che andava a scomparire sotto la nera gonna in seta, per poi riapparire nella parte bassa, attraverso gambe finissime e graziose caviglie. Anche le braccia, le mani e i piedi sembravano essere disegnati dall’estro di un prodigioso artista ed ogni singolo lineamento era un’esplosione di bellezza e meraviglia che avrebbe attirato l’attenzione anche singolarmente, se posto ognuno su un corpo diverso.

- Leonardo, leggi il messaggio – incitò Luca nel vedermi evaso, con lo sguardo perso nel vuoto.

- Leggo… leggo... ma non è lei, ne sono quasi certo.

- E se invece ti sbagliassi? – mi chiese Manuel.

- Se è un suo messaggio, non credo ci sia ragione di allarmarsi, visto che non le piaccio.

- Ora non fare il patetico. Leggi questo messaggio e togliti dalla testa di non piacerle. Sei negativo: se continui ad esserlo non piacerai mai a nessuna – s’intromise Riccardo sfilandomi di mano il telefono con decisione. Senza dire più nulla, aprì il messaggio e lo guardò un istante, poi sorrise e mi ridiede il telefono confermando - è lei, hai visto? Ora leggici questo messaggio.

Lo lessi prima in silenzio. Era lei e mi chiedeva conferma per incontrarci.

- Allora sei cretino. Lo avevo sempre sospettato, ma ora sono proprio sicuro: tu sei un perfetto cretino - affermò Riccardo e continuò – se fossi in te non esiterei un secondo a chiamarla e dirle di sì.

- Calma. Mi ha scritto che vuole vedermi dopo cena, per le 22 e 30, qui sotto casa… Ho il tempo di pensare prima di rispondere?

- scrivile di sì, che aspetti?

- Nulla. Il messaggio dice “Sarò sotto casa tua per le 22.30 e ho bisogno di parlarti, spero di trovarti ciao Irene” Ho solo voglia di pensarci un po’ prima di dirle di sì.

Luca prese subito le mie difese e anche Manuel concordò di lasciarmi riflettere. Vedere Irene mi andava, ma allo stesso tempo temevo di incontrarla e di sentire ciò che aveva da dirmi. L’ultima volta che avevamo parlato lei mi aveva espresso la sua paura di ferirmi, perché teneva troppo a me e non voleva rischiare di perdermi: ero sicuro che lei avesse avvertito quanto mi stavo affezionando, anche se mai avevo rivelato a lei e ai miei amici i miei sentimenti che erano comunque confusi e poco chiari.

Luca mi fissava e dai suoi occhi, anche se le labbra erano ben serrate l’una all’altra, traspariva il desiderio di dirmi qualcosa. Mi guardava con sguardo stupito, curioso e quasi mi metteva disagio:

- Perché mi guardi così Luca? – gli chiesi per togliermi quegli occhi pesanti di dosso; lui, senza esitazione, rispose: - Come mai sei così duro? Che c’è o che c’è stato fra te e questa ragazza? Se non ti apri mai con nessuno, come puoi pretendere di toglierti un dubbio?

- Ve lo racconterò, non oggi, non ne ho voglia. Io credo che la sicurezza in se stessi e l’autostima siano anche accettare le proprie decisioni, colmando le incertezze con risposte proprie – e, senza un perché, mi ritirai nella mia camera.

- Lasciamolo stare, poi se vorrà ci racconterà tutto, se ne avrà voglia – concluse Manuel.