CAPITOLO UNO Leonardo - L’APPARTAMENTO

Il mattino bussava alla grande porta-finestra di una grigia stanza dell’appartamento in via dei Legionari 24, scala B sesto piano, alla periferia di Milano: era uno dei cinque locali della casa per la quale, insieme ad altri tre ragazzi, condividevo un affitto ingiustamente salato.

La porta d’accesso cigolava, ma non era quello il grosso problema, bensì la facilità di aprirla con un semplice cacciavite incastrato bene nell’uscio e una buona leva. Per chiuderla un calcio ben serrato.

Subito entrati in casa c’era un piccolissimo disimpegno e sul muro uno specchio e un poggia-abiti al suo fianco.

Così, per ogni persona che faceva accesso al nostro appartamento, c’era un maggiordomo sempre diverso, pronto a fare un buffo inchino seguendo il movimento di chi entrava o quello di chi usciva. Erano in molti, infatti, a frequentare la nostra dimora: ogni volta che qualcuno entrava da quella porta si ritrovava a salutare, per istinto e con un inchino, la propria immagine riflessa nello specchio; completava quella figura astratta il poggia-abiti posizionato nell’angolo che, nell’appendere la giacca o l’ombrello nelle giornate di pioggia, dava la sensazione di lasciare i propri oggetti ad un uomo ospitale, pronto a salutare chiunque con cordiale simpatia.

Oltre al salato affitto con i miei inquilini condividevamo anche un grande sogno: partire per il giro del Mondo.

C’era voglia di scoprire, di vivere, voglia di oltrepassare quei confini che ci obbligavano ad un’esistenza comune, forse monotona.

C'era voglia di andare in Nuova Zelanda, Giappone, Corea, Tibet; stabilirsi lì per un giorno o per settimane o anche per lunghi mesi; passare per l’Australia e raggiungere il Brasile, il Cile, il Perù, ritornare in Europa per poi ripartire ancora per l’Africa e di nuovo per altre mete ignote.

L’importante era partire, poi la meta l’avremmo trovata viaggiando. Il nostro obiettivo era quello di poterci svegliare padroni di noi stessi, delle nostre azioni; poterci sentire gli unici personaggi del copione più bello da interpretare con affascinante voglia di vivere, di essere, di esistere, perché il film che volevamo girare era la nostra vita.

Ogni volta che iniziavamo quel discorso finivamo sempre con tirare fuori mille idee e trai vari sogni che rimbalzavano contro le pareti, quasi non volessero passare inosservati, c’era la solita vocina che solo Riccardo udiva e che puntualmente lo faceva alzare di scatto facendogli dire all’improvviso:

- Fate silenzio un attimo…mi sta parlando, sentite anche voi?

- sentiamo cosa?

- la voce. Non sentite anche voi questa voce? Mi sta chiamando.

Lentamente si alzava girandosi intorno nella stanza come per cercare di capire da dove giungesse fino ad uscire dalla porta di casa.

- Ma sta bene? Eccola cosa? – chiese Manuel stupito e Luca, che fra noi tutti era quello che più lo conosceva, spiegava:

- Sono circa due settimane che dice di sentire una vocina che lo incita a correre sino al tabacchino per comprare uno di quei gratta e vinci, il PORTA-FORTUNA credo si chiami, torna su e gratta sperando di vincere i 500.000 euro in palio.

- Si, ma non accade mai! – esclamai io constatando che non c’era mai stato giorno in cui si sentì Riccardo affermare di aver vinto qualcosa.

- Quanto si può vincere con questo gioco? – continuò Manuel rivolgendosi a Luca il quale rispose senza indugio: - Mah! Non me ne intendo molto: so che ci sono premi da 500.000 euro e altri più piccoli tipo, non so, 10 mila o 5 mila euro.

- Caspita! Sarebbe bello. Realizzeremmo in fretta il sogno di partire… - fu interrotto Manuel da Luca, che euforico, come se avesse materializzato e quantificato quell’enorme somma in una frazione di secondo, disse:

- Si, ma con una bellissima barca a vela: lo facciamo con quella il giro del Mondo.

- Quei soldi, se non li sai investire finiscono – dibattei.

- Non mi dispiacerebbe molto finirli in barca a vela in giro per il mondo – aggiunse Manuel in difesa di Luca.

- Una parte io la investirei. Una parte che mi assicuri una prospettiva migliore per l’avvenire.

- Riccardo avrebbe suggerito – ipotizzò Luca, quasi intonando un canto cui noi ci aggiungemmo in coro:

- INVESTIAMOLA IN QUALCHE CASINO’.

Il coro s’interruppe con una risata che fu squarciata di netto dal brusco urto contro il muro della porta che si aprì violentemente:

- Ho sentito casinò? - entrò Riccardo con sguardo serio e un biglietto nella mano destra. Tra l’indice e il pollice della mano sinistra, invece, teneva una moneta alzata fino al livello degli occhi, che muoveva per attirare l’attenzione di tutti noi su quello che sarebbe stato l’amuleto magico che ci avrebbe dato la vincita. Ancora col fiatone dopo essersi fatto i gradini due a due di corsa, ci fissò tutti quanti per alcuni di secondi, poi con voce mozzata ammonì:

- Silenzio ora! – e ancora - ora grattiamo e vediamo se mi date ragione: me lo sento, oggi è la volta buona.

Si fece spazio sulla tavola dove posò il biglietto con un gesto lento, dolce si potrebbe definire, quasi per non disturbare il quieto sonno del suo premio nascosto sotto la vernice argentea della schedina.

Tolse bottiglie, bicchieri, posate, piatti sporchi e poi, invitando di nuovo al silenzio guardandoci negli occhi, iniziò un rito inventato sul momento, blaterando parole senza un senso e un filo logico, in una lingua a volte inesistente e altre volte composta da un italiano modificato.

- Coraggio Riccardo – disse Luca spazientito – gratta questo biglietto e smettila di fare il burattino.

- Si vede lontano un miglio che tu non hai mai vinto ad un solo “gratta e vinci” – rispose con tono sarcastico Riccardo e continuò – per vincere ci vuole stile. Dietro c’è tutta una cerimonia propiziatoria da seguire: innanzitutto bisogna richiamare tutti gli spiriti positivi presenti nell’aria e cacciare via quelli negativi…

- Sì, sì… ok. Sciò! Via spiriti negativi. Vai ora puoi grattare: se ne sono andati via e mi hanno garantito che non torneranno più – aggiunse Manuel.

- Dici sul serio?… non mi prendi in giro vero? – disse Riccardo con sguardo cupo. Scherzava ovviamente, era nel suo carattere giocare spesso.

Poi, con la voce di chi cerca sicurezza, mentre si guardava intorno scrutando gli angoli della stanza come per non farsi ascoltare da spie provenienti da altre galassie, domandò sottovoce:

- vado? Gratto il biglietto?

Per come recitò bene quella parte sembrò aver davvero soggezione di quei suoi spiriti negativi. In realtà non fingeva completamente e anche noi un poco li temevamo: tutto ciò che ci derubava della possibilità di vivere il nostro sogno era un po’ considerato negativo; sfortuna, fato o caso avversi che fossero, chiamarli ognuno col proprio nome affidandosi al più preciso e veritiero dei dizionari, non sarebbe bastato per farci riflettere che quello era solo un gioco e che non potevamo prendercela se non vincevamo quel premio tanto ambito dalla maggior parte delle persone comuni. Pertanto, era come se il destino contrario fosse mosso dagli spiriti che si divertivano ad ostacolare la nostra ascesa verso la cima del più auspicato fra i nostri desideri.

Era sempre stato così per noi: affidare un compito importante, dove avremmo dovuto mettere impegno e sacrificio, al fato sperando che questo potesse toglierci il peso di compiere quel faticoso cammino che avrebbe portato nelle nostre vite il grande cambiamento.

Anche quella volta, di fatti, la fortuna non fu molto dalla nostra parte. Per ogni numero che si grattava c’era un “no” di disapprovazione da parte dei ragazzi. Più le possibilità di vincere diminuivano, più quei “no” diventavano lunghi e lagnosi. Però, giunti all’ultimo numero, Riccardo fece un gesto col braccio in segno di vittoria. Lo fece senza dire nulla, trattenendo il respiro in un sorriso a mostrare i denti ben serrati.

- Ragazzi – disse poi – abbiamo vinto…

- Abbiamo vinto? Quanto, quanto – si fece vicino a lui Luca per guardare bene il biglietto.

In quell’istante i pensieri iniziarono a muoversi velocemente. C’era una parte di me che spingeva verso di loro e avrebbe voluto condividere quella gioia, mentre l’altra parte di me mi tratteneva dal farlo e non sapevo spiegarmi il perché.

- dai, scopri il premio che aspetti? – disse Manuel.

- Va bene, con calma però – fece Riccardo iniziando a grattare il biglietto nella parte riservata alla vincita.

Man mano che si scopriva la cifra in palio vedevo i loro occhi illuminarsi. Prima un cinque; poi uno zero e infine, con amara delusione dei tre, quella virgola che fece capire loro che avevamo vinto 50 euro.

Mi sentii felice di quel premio, nonostante fui restio ad avvicinarmi agli altri. Mi accorsi che in fondo, essere aiutati dalla fortuna, poteva anche essere piacevole come sensazione. Proprio nel momento in cui mi sentivo desideroso di condividere questi pensieri con gli altri, Riccardo propose di comprare altri biglietti con i soldi vinti.

Tutto questo m’infastidiva, aggravato dal fatto che la mania del gioco stava diventando sempre più un’ossessione. Per giunta non si limitava lì: sia Riccardo che Luca, seguiti poi da Manuel, iniziarono a frequentare sale dove si giocava d’azzardo; organizzavano tornei di poker in casa; passavano le nottate a bere e a fare uso sempre più continuo di droghe.

Nell’ultimo periodo le cose stavano cambiando. Notavo che la casa era frequentata da persone sempre nuove, con facce sempre più inquietanti che non mostravano nulla di buono.

Davano meno importanza ai soldi, spendendo senza badare a nulla. Manuel era sempre stato così; seppure ammettevo di invidiare il suo fascino e restavo comunque affascinato dai suoi modi di fare, non riuscivo ad evitare di pensare che stavo lentamente perdendo stima e fiducia nei suoi confronti.

Riccardo e Luca avevano sempre avuto dei tabù su sesso, alcool o droghe e si preoccupavano molto per i giudizi altrui: ora si mostravano l’opposto di quello che erano quando li conobbi.

- Bisogna adeguarsi ai tempi che corrono Leonardo! – esclamava Riccardo quando provavo a distaccarmi dalle loro serate mostrandogli disapprovazione. Luca continuava a dirmi:

- unisciti a noi, non fare il finto perbenista.

In realtà, l’uso di droghe, io compreso, lo avevamo sempre fatto, ma esclusivamente per passare una serata diversa dalle altre, quasi per gioco. Questo mi portava ad unirmi a loro: non mi sentivo un santo da quel punto di vista.

Restavo comunque infastidito nel notare che tutto ciò stava diventando un’abitudine e che sia Luca che Riccardo si stavano trasformando lentamente nel tempo: arrivavarono persino ad essere violenti, immischiandosi spesso in risse.

Manuel, invece, restava sempre composto in ogni parola e atteggiamento. Difficilmente lo trovavi con una maglia a mezza manica o con una camicia non stirata. Indossava sempre abiti firmati ed eleganti e si radeva la barba tutti i giorni. Lui poteva anche far uso di droghe o passare un’intera notte a bere, ma la sua particolarità era che non ne avrebbe mai parlato, riuscendo a convincerti persino che sapeva controllarsi perfettamente.

Spesso era capitato di passare la serata in casa o anche fuori, tra locali di vario genere (pub o discoteche), di assumere sostanze stupefacenti e Manuel sembrava non gradire molto parlarne o vantarsene; era come infastidito dal suo stesso atteggiamento e cercava sempre di stare lontano dall’argomento.

Infatti, in quelle serate, lui era molto distaccato dal gruppo. Se ne stava per conto suo a corteggiare con galanteria qualche ragazza, a socializzare con chiunque gli desse modo di parlare e solamente quando leggeva un nostro segnale, fatto di sguardi con cui gli chiedevamo di avvicinarsi, lui arrivava da noi sorseggiando il suo cocktail; dicevamo qualcosa di semplice, ma sempre senza fare riferimento a droghe, e poi, dopo aver preso la bustina contenente cocaina, con molta attenzione per non farsi notare da nessuno, andava in bagno.

Lo vedevi ritornare dopo qualche minuto tutto pulito e ben pettinato.

- Riccardo! – diceva con sguardo acuto e serio – allunga la mano.

Riccardo gli poneva la mano sulla quale egli lasciava scivolare velocemente la bustina. Quello era l’unico riferimento all’uso di droghe che da Manuel potevi sentire o vedere, per il resto lui preferiva fingere di essere completamente pulito. Difficilmente si poteva pensare di lui come uno che ne abusava.

Mi sentivo cambiare anche io. Non avevo mai avuto problemi ad unirmi ai loro festini né riuscivo a giudicarli male prima ancora di provare quel tipo d’esperienze, ma sentivo che le nostre strade si stavano per dividere. Stavo perdendo me stesso tanto che non mi riconoscevo più e il pensiero che stavo spendendo il mio tempo in un modo che non soddisfaceva pienamente le mie esigenze, mi feriva molto l’orgoglio.

Ero convinto che il legame instaurato fra me e gli altri nascesse dal sogno di intraprendere un viaggio; forse proprio per questo non avevo mai sentito il peso del sacrificio da affrontare per raggiungere il nostro obiettivo; quando un sogno è condiviso da molte persone, la probabilità di realizzarlo è maggiore rispetto alla probabilità di realizzarlo da solo: noi quattro eravamo padroni di un sogno comune e per raggiungerlo potevamo contare ognuno sull’aiuto dell’altro tenendoci uniti per raggiungere l’ambita meta.

Questo m’inebriava di felicità, ma dal momento in cui sembrava non esserci più questo legame, non riuscivo a mostrarla né ad esprimerla. Ero ancora fiducioso di condividere quel desiderio con Riccardo, Manuel e Luca, ma sempre più spesso avevo la sensazione di essere l’unico a crederci ancora, ma peggio fu quando iniziai a chiedermi cosa ci facevo io in quel mondo in cui non trovavo soddisfazione né serenità.

- Cosa c’è che non va? Sembri triste Leonardo, tutto bene? – mi chiese un giorno Manuel.

- Tutto bene. Nulla di serio.

Luca s’intromise dicendo:

- sicuro che non è serio? Ultimamente sto notando che sei sempre distaccato. È successo qualcosa?

Non risposi. Sentivo il bisogno di partire, di abbandonare quel mondo che tanto mi metteva disagio, ma ero consapevole che quell’esigenza riguardava esclusivamente me.

Avevo sentito tanti ragazzi lasciare il proprio paese per trasferirsi all’estero e riuscire ad ambientarsi imparando la lingua velocemente, senza troppi problemi. Bastava adattarsi e iniziare da zero: nuove amicizie, nuovi lavori, nuove parole da dover pronunciare. Ero sempre più convinto che con un po’ di coraggio avrei potuto farcela anche da solo.

M’infastidiva il dovermi arrendere per la banale scusa di non avere denaro a sufficienza. Dovevo entrare nell’idea che una delle prime occasioni per lavorare sarebbe stata come lavapiatti in qualche ristorante del posto, Tokyo New York o Londra che fosse stata la meta.

Ormai mi sentivo solo. Mi apparve evidente dal momento in cui in casa si iniziò a giocare frequentemente d’azzardo fra puntate altissime al calcio-scommesse, passando per le nottate a puntare soldi su un tavolo da poker.

Sempre più di continuo la casa era invasa da persone che venivano per prendere grandi quantità di droga o per lasciare denaro o riscuoterlo.

Insomma, non era più come prima: fingevo di abituarmi e di farne parte, ma iniziava a pesarmi tutto questo via vai di persone sconosciute e che non gradivo affatto.

Prima di allora, però, tutti noi eravamo stati sempre curiosi di scoprire cosa ci fosse fuori del nostro Mondo e ascoltare le sensazioni e gli umori degli altri ci aiutava ad ampliare conoscenze o punti di vista.

Volevamo superare quelle colonne d’Ercole ed emigrare là dove la mente non sapeva portarci; cavalcare l’onda della vita, attraversare quel maestoso mare e vedere con gli occhi il lento cammino del cambiamento della nostra esistenza.

Fra noi era Manuel a sapere molte cose e spesso ci raccontava del Perù, del Messico, dei francesi o degli inglesi: ce li raccontava come se lui li avesse visti quei posti o avesse conosciuto quelle persone.

- I francesi li trovo un poco antipatici ad essere sincero: sono così nazionalisti, così sicuri di loro stessi e della loro nazione. Se parli con un francese e gli dici di conoscere la sua lingua, ti risponde di sicuro che tu non parlerai mai “il” francese, al massimo puoi saper parlare “in” francese – diceva frequentemente Manuel.

- Sono così puntigliosi? Io credevo che solo gli svizzeri fossero così - aggiunse con un tono di disappunto Riccardo.

- Ma no, gli svizzeri sono un popolo tranquillo. Loro hanno il pallino dell’ora anche se, per mie esperienze, sono spesso in ritardo. Sono famosi per gli orologi e per la cioccolata non per il loro patriottismo anche perché i cantoni svizzeri sono ricchi d’italiani emigrati dal sud in cerca di fortuna.

- Come sai tutte queste cose?

- Le leggo, Riccardo. Le cerco su Internet. Le ascolto.

- In base alle tue conoscenze riguardo nazioni che conosci e gente che le abita, in quale posto vorresti andare?

- Non te lo so dire, Leonardo. Mi piacerebbe uscire e vederle tutte quante. Credo ci sia una gran bella differenza tra il conoscere una città leggendola o ascoltandone la descrizione da chi c’è stato per pochi giorni e una città in cui si è vissuto anni.

- Credo tu abbia ragione.

Ogni domanda con Manuel sembrava essere banale. Per questo, ogni sorta di domanda che mi sorgeva spontanea e naturale fargli, spesso la tenevo per me e la celavo dentro il mio animo: avevo il timore di apparire superficiale e non mi sentivo alla sua altezza del suo sapere.

Nel pensare questo un telefono squillò. Era il mio. Manuel interruppe il racconto e mi domandò con tono dolce, quasi allusivo - è lei, Leonardo?

- Non credo possa essere lei. Perché dovrebbe cercarmi ora?

- Non essere così negativo: vai a vedere. Sono sicuro che è lei.

Luca prese il cellulare e me lo diede annuendo al pensiero di Manuel con un sorriso.

Tutti i ragazzi mollarono i loro affari e si riunirono intorno a me; mi guardavano leggere in attesa di sapere chi fosse.

Da molto tempo mi ero forse innamorato di Irene, la parrucchiera dove ero solito andare a tagliare i capelli. Ne ero forse innamorato perché a volte quel sentimento lo sentivo battere forte dentro il petto, come in quel momento in cui lo squillo del telefono mi fece sperare fosse lei, e in altre occasioni, invece, si mostrava così confuso, debole, tanto da farmi dubitare fosse vero amore.

All’inizio con lei le cose sembravano andare bene, ossia senza grossi problemi: ad entrambi piaceva parlare in quella mezz’ora e ognuno di noi ascoltava ciò che l’altro aveva da raccontare al momento, scambiandoci consigli all'occorrenza.

Al di fuori del salone dove lavorava non c’eravamo mai incontrati. Sapevo che abitavamo nello stesso quartiere ma, ai tempi in cui nacque quell’intimità che ci portò ad aprirci l’uno con l’altra, lei era fidanzata e ciò m’impedì di chiederle di uscire insieme anche solo per una semplice pizza.

Col tempo le cose cambiarono: i due si lasciarono, ma non per causa mia; la sua storia era da tempo ridotta ad un trascinarsi di rimorsi e si era mutata in un continuo rinfacciare errori commessi e torti fatti.

Al momento in cui lei decise di concludere quel rapporto così tortuoso e infelice, si appoggiò a me cercando un sostegno, con timido desiderio di comprensione.

Anche per questo motivo i miei sentimenti per lei risultavano essere confusi. In realtà io ed Irene non avevamo parlato molto di noi stessi, per cui risultavamo essere praticamente due sconosciuti e per giunta storie come quelle di lei, mi perseguitavano da sempre e un poco m’irrigidivano. Ne avevo già ascoltate sin troppe e da parte mia c’era la paura di rivivere una sorta di passato che stranamente sembrava non darmi pace. Sapevo che dipendeva dalla mia disponibilità ad ascoltare chi aveva bisogno di un conforto e, per questa ragione, finivo con il diventare l’amico perfetto.

Con Irene non mi andava di ripetere la solita storia, anche se lei non sembrava essere interessata a tenermi come amico per molto altro tempo.

Difatti, un giorno in cui andai da lei per radere i capelli, mi propose di uscire a bere una birra insieme ed io accettai. La sera passò brillantemente e fu molto piacevole ascoltarla al di fuori dell’ambiente di lavoro. Mi accorsi solo allora quanto mi piacesse, aiutato dalla graziosa novità di vederla arrivare all’appuntamento vestita dei suoi panni borghesi.

Una gonna in stile indiano, nera, e una t-shirt bianca risaltavano l’una le curve dei fianchi, l’altra quelle del seno; ai piedi indossava un paio di sandali, anch’essi neri, adornati di brillantini e i lacci, legati sino al polpaccio, davano piena libertà al tatuaggio tribale che dal collo del piede destro, risaliva sin quasi lo stinco passando per la caviglia (doveva trattarsi di un fiore stilizzato o qualcosa di simile).

Il piercing all’ombelico, sulla cui estremità era poggiato un piccolo brillante, attirava l’attenzione risaltando sulla pelle abbronzata di un bruno esotico; sulla stessa pelle bruna, al polso sinistro, una serie di braccialini dorati completavano l’incantevole immagine di Irene in quella sera di mezza estate.

In lei tutto sembrava essere stato pensato di proposito, non solo per quanto riguardava gli oggetti relativi all’abbigliamento, ma anche i capelli, il taglio degli occhi e il loro colore, il naso leggermente all’insù e le labbra non troppo carnose, di un rosa candido e profumato.

Il collo scoperto, alla base del quale le clavicole leggermente sporgenti davano desiderio di baciarla, scendeva con un equilibrio straordinario su spalle, braccia e il resto del busto, dando così forma ad un corpo sexy, il cui bacino sfociava con un dolce delta su fianchi che mostravano un’altrettanto sensuale anca che andava a scomparire sotto la nera gonna in seta, per poi riapparire nella parte bassa, attraverso gambe finissime e graziose caviglie. Anche le braccia, le mani e i piedi sembravano essere disegnati dall’estro di un prodigioso artista ed ogni singolo lineamento era un’esplosione di bellezza e meraviglia che avrebbe attirato l’attenzione anche singolarmente, se posto ognuno su un corpo diverso.

- Leonardo, leggi il messaggio – incitò Luca nel vedermi evaso, con lo sguardo perso nel vuoto.

- Leggo… leggo... ma non è lei, ne sono quasi certo.

- E se invece ti sbagliassi? – mi chiese Manuel.

- Se è un suo messaggio, non credo ci sia ragione di allarmarsi, visto che non le piaccio.

- Ora non fare il patetico. Leggi questo messaggio e togliti dalla testa di non piacerle. Sei negativo: se continui ad esserlo non piacerai mai a nessuna – s’intromise Riccardo sfilandomi di mano il telefono con decisione. Senza dire più nulla, aprì il messaggio e lo guardò un istante, poi sorrise e mi ridiede il telefono confermando - è lei, hai visto? Ora leggici questo messaggio.

Lo lessi prima in silenzio. Era lei e mi chiedeva conferma per incontrarci.

- Allora sei cretino. Lo avevo sempre sospettato, ma ora sono proprio sicuro: tu sei un perfetto cretino - affermò Riccardo e continuò – se fossi in te non esiterei un secondo a chiamarla e dirle di sì.

- Calma. Mi ha scritto che vuole vedermi dopo cena, per le 22 e 30, qui sotto casa… Ho il tempo di pensare prima di rispondere?

- scrivile di sì, che aspetti?

- Nulla. Il messaggio dice “Sarò sotto casa tua per le 22.30 e ho bisogno di parlarti, spero di trovarti ciao Irene” Ho solo voglia di pensarci un po’ prima di dirle di sì.

Luca prese subito le mie difese e anche Manuel concordò di lasciarmi riflettere. Vedere Irene mi andava, ma allo stesso tempo temevo di incontrarla e di sentire ciò che aveva da dirmi. L’ultima volta che avevamo parlato lei mi aveva espresso la sua paura di ferirmi, perché teneva troppo a me e non voleva rischiare di perdermi: ero sicuro che lei avesse avvertito quanto mi stavo affezionando, anche se mai avevo rivelato a lei e ai miei amici i miei sentimenti che erano comunque confusi e poco chiari.

Luca mi fissava e dai suoi occhi, anche se le labbra erano ben serrate l’una all’altra, traspariva il desiderio di dirmi qualcosa. Mi guardava con sguardo stupito, curioso e quasi mi metteva disagio:

- Perché mi guardi così Luca? – gli chiesi per togliermi quegli occhi pesanti di dosso; lui, senza esitazione, rispose: - Come mai sei così duro? Che c’è o che c’è stato fra te e questa ragazza? Se non ti apri mai con nessuno, come puoi pretendere di toglierti un dubbio?

- Ve lo racconterò, non oggi, non ne ho voglia. Io credo che la sicurezza in se stessi e l’autostima siano anche accettare le proprie decisioni, colmando le incertezze con risposte proprie – e, senza un perché, mi ritirai nella mia camera.

- Lasciamolo stare, poi se vorrà ci racconterà tutto, se ne avrà voglia – concluse Manuel.

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