Erano passati molti anni da quando con Riccardo, Luca e Manuel avevamo preso quell’appartamento in condivisione. Quella era una delle tante serate in cui Manuel tardava ad un appuntamento con noi: la scusa principale erano le sigarette, poi si fermava a parlare con qualche sua conoscenza o vecchia fiamma finendo col farsi attendere molti minuti, delle volte raggiunse anche un’ora di ritardo.
A differenza di quelle volte, però, si era sempre fatto trovare al telefono o ci avvisava mandando un messaggio per scusarsi della lunga attesa. Nell’ultimo periodo, invece, si allontanava dandoci appuntamento in un posto e poi non si sapeva che fine aveva fatto.
Quella sera passammo anche al bar dove era solito comprare le sigarette e anche lì non lo trovammo.
- Chissà che fine avrà fatto Manuel! Dovevamo vederci qui sotto casa ed è un’ora che lo aspettiamo e non risponde neanche al telefono – fece Luca spazientito dal lungo ritardo.
- Chi lo sa… Starà con qualche sua donna incontrata per caso e se la starà spassando chissà dove.
Luca e Riccardo, tra una battuta e l’altra, iniziarono a camminare lentamente; Luca si voltò verso di me, mi fece cenno di muovermi:
- Manuel ci raggiungerà in un secondo momento, dai iniziamo ad andare noi tre. Se non era neanche al bar, chissà dove sarà ora: è inutile attenderlo.
Camminavamo a passo lento quasi per spendere più tempo possibile e ritrovarci insieme a Manuel a bere una birra tutti e quattro insieme. Mano a mano che la strada si consumava sotto i nostri piedi, mi accorgevo che il desiderio di sentire Irene o di vederla, si faceva sempre più forte. Volevo chiamarla, ma sapevo che avrei sbagliato se l’avessi fatto, così provai a contattare Manuel per chiedergli dove fosse finito. La voce registrata della sua compagnia telefonica mi annunciò che non era raggiungibile: poteva aver spento il telefonino.
Lo sentivo cambiato per molti aspetti. Ero da sempre legato a lui come si può essere ad un caro amico, uno di quelli che sa come consigliarti e tirarti fuori dai problemi. Una capacità che vedevo sempre più spegnersi dietro atteggiamenti irriconoscibili.
Li avevo notati da molto tempo, ma negli ultimi periodi si erano evidenziati. Delle volte lo sentivo scontroso e freddo, ma non con tutti, soprattutto con me e in alcune occasioni non si vietò di dirmi, chiedendomi scusa dopo averlo fatto, che era infastidito dal mio atteggiamento da presuntuoso.
Provai a chiedergli, nei momenti di tranquillità, perché aveva pensato di me certe cose e lui aveva sempre risposto con calma e serenità:
- non prendertela troppo Leonardo. L’ho detto in un momento di rabbia. Vedi, tu appari sempre così perfetto che delle volte, quando sbaglio, il tuo atteggiamento mi fa pesare molto l’errore commesso e mi pesa sentirmi giudicato da te… ma non te la prendere, non penso tu sia presuntuoso, anzi, ho molto da imparare da te.
Riprovai cinque minuti più tardi, ma nulla da fare, il telefono di Manuel era ancora spento.
Iniziai così a fantasticare con i pensieri che mi riportavano alla memoria le varie situazioni che avevano dapprima fatto nascere un’amicizia fra me e Irene, poi quelle altre che mi avevano portato ad amarla.
Ai ricordi che prendevano corpo di getto, magari nel vedere un posto, una scritta o anche una semplice auto che passava al mio fianco, si alternava l'immagine di Manuel con i suoi modi rassicuranti e la sua cultura: era capace di suscitare quella curiosità che ti faceva restare lì, fermo ad ascoltarlo per ore, senza mai stancarti.
Queste immagini si presentavano nella mia mente come vecchie diapositive; poi iniziarono a fondersi e ad unirsi fino a che, Manuel ed Irene, non apparivano in un’unica proiezione e facevano l’amore.
Mi fermai un istante e mi venne da pensare che lei abitava da moltissimo tempo nella nostra via e che poteva esserci una minima possibilità che anche lui l’avesse potuta conoscere.
Quell'idea mi gelò perché mi sembrò quasi sicuro che per Manuel non sarebbe stato difficile conquistarla.
Prendendo il telefono in mano feci scorrere la rubrica sino al nome Irene: avevo bisogno di sentirla. La mano mi tremava; in mente non avevo ben chiaro cosa dirle, per non allarmarla con la mia paranoia non fondata, tanto più che, se fosse risultata essere vera, non avevo alcun diritto a giudicarli, né potevo contestare loro nulla: né Irene né Manuel avevano l’obbligo di dovermi rendere conto riguardo le loro decisioni.
Guardai più volte quel nome e negli istanti in cui trovavo coraggio per comporlo, Luca e Riccardo ritardavano il tutto richiamando la mia attenzione da dieci metri più avanti:
- Leonardo ti muovi? Andiamo!
- Arrivo, arrivo… – e, abbassando il telefono, allungavo il passo per un paio di metri, esortato a procedere dai loro sguardi severi.
Appena i due si voltavano e riprendevano lentamente a camminare e a ridere di episodi accaduti, svaniva l'effetto "costrizione" e, automaticamente, si assopiva la voglia di seguirli, almeno non prima di sentire la voce di Irene. Proprio nel momento in cui composi il suo numero, udii dietro di me chiamare il mio nome:
- Leonardo!
Mi voltai: era lei e il cuore mi si aprì per la gioia.
- Irene, ciao. Che sorpresa!
- E' un po’ che ti chiamo, ma sei diventato sordo? Mi hai fatto perdere la voce a forza di urlare. Be', come stai?
- Bene grazie. E tu?
- Alti e bassi, ma non mi posso lamentare. Dove stavi andando di bello? Ti ho disturbato?
- In nessun posto in particolare: sto andando a bere una birra con amici.
Guardò il telefono che tenevo ancora in mano e mi chiese:
- Hai appuntamento con qualcuno? Aspetti una chiamata?
Anche io guardai il telefono come per leggere una risposta e, riponendolo in tasca, feci cenno di no con la testa. Poi mi girai per cercare di vedere dove fossero arrivati Luca e Riccardo ma li avevo persi di vista, dileguati fra il via vai di persone che percorrevano ogni sera quella strada.
- Sei con qualcuno? Se devi andare non c’è problema: ti ho visto e avevo voglia di salutarti… tutto qui.
- Sono con due amici e non si sono accorti che mi sono fermato. Non ti preoccupare, è tutto a posto.
- Quindi sei impegnato… per fare due passi insieme… immagino…
Stavo per risponderle quando, da lontano, Luca e Riccardo mi sollecitarono:
- Leonardo! Noi iniziamo ad andare, se poi ti liberi e ti va ci trovi al solito posto. A dopo - e scomparvero dietro l’angolo.
- Erano loro i tuoi amici quindi. Bene, a questo punto non ti puoi tirare più indietro visto che ti hanno dato buca.
- Non mi posso più tirare indietro. Dove si va quindi?
- Decidi tu.
Iniziai a camminare e lei mi prese a braccetto seguendo il mio passo; poco dopo, sondò:
- Hai trovato un posto dove andare?
- Ancora no, ci penso mentre camminiamo.
Lei era taciturna e non parlava molto, sembrava serena. In me, invece, c’era un sottile senso di nostalgia e di malinconia che s’imponeva sul mio umore, soffocando quella gioia nata un attimo prima nel vedere Irene avvicinarsi a me mentre mi chiamava.
Era come se dentro di me si fosse aperta una porta oltre la quale c’era un mondo confuso che già conoscevo e che molte altre volte avevo visto. Era quel mondo fatto di ma e di se che mi creavano ansia e dispiacere; il tutto andava a mescolarsi con la sensazione che avrei dovuto ascoltare, subire forse in silenzio, le parole di lei; benché ancora non sapessi di cosa avremmo, avrebbe parlato, mi pareva quasi di prevedere la fine di quella breve conversazione.
Lei si rese conto del mio stato d’animo. A tratti mi guardava e cercava di intromettersi con qualche parola fra i miei pensieri, stando attenta a non ferirmi più di quanto già sembrassi.
La tristezza era come un velo gelido di neve e, seppure tentassi di scioglierlo con l’amore e con l’ottimismo evitando il più possibile che si posasse sul cuore, non riuscivo a non oscurare con una nube nera, pronta a scrosciare pioggia e grandine, il mio volto che s’incupiva sempre più, come i monti al tramontar del sole, fin quando di essi non rimane che una sottile linea che divide, leggera, il buio sulla terra da quello nel cielo.
- Cosa stai pensando? – mi chiese lei e, non rilevando alcuna mia reazione, mi tirò un poco sul braccio per sollecitare una risposta.
- Cosa ti prende? Sei pensieroso.
La guardai negli occhi. Per un istante il suo e il mio sguardo si legarono come mani incrociate; non capendo se anche in lei era scaturita la stessa mia sensazione da quel contatto astratto e trasparente, cercai di nascondere le emozioni dietro un finto sorriso:
- Non penso a nulla in particolare. Cerco di godermi questa passeggiata. E tu, a cosa pensi?
- A tante cose, ma anche io a nessuna in particolare. Pensavo che è strano sapere che un ragazzo bello come te sia ancora solo.
- Eppure, sembrerebbe questa la realtà.
- Non ci credo che non ci sia una ragazza che ha voglia di stare con te.
Non risposi. La sensazione di dover entrare in un discorso sentito e risentito mi spaventava un poco.
Aggiunse: - abbiamo parlato molto ma non ci siamo mai detti nulla di noi. Raccontami un po’ di te, hai voglia?
- Cosa vuoi sapere?
- Dimmi cosa ti piace fare.
- Tante cose. Ad esempio mi piace molto scrivere e leggere. Adoro passeggiare nei parchi e giocare con le palline…
- Giocare con le palline… sei un giocoliere?
- Non proprio: ho imparato da solo e lo uso come hobby antistress.
- Cos’altro?
- Pescare. Mi piace pescare.
- A me non molto, non ho pazienza e lì ce ne vuole molta. Ti piacciono i bambini?
- Li adoro e loro adorano me. Mi piace giocarci e farli ridere: pensare di poter insegnare loro quello che ho imparato io e vedere che apprendono mi entusiasma.
- Anche io li adoro. Ho una sorellina di sette anni ed è il mio tesoro. Tu hai fratelli, sorelle?
- Un fratello più grande di tre anni.
- Che rapporto avete?
- Confuso. Non ci cerchiamo mai e nessuno dei due ha mai smesso di volere bene all’altro. Lui è stato una guida per me, un modello da seguire di nascosto.
Sorrise e le chiesi la ragione. Continuava a fissarmi sorridendo, senza rispondere alla mia domanda. Poi il viso le diventò un poco rosso e riprese a parlare abbassando lo sguardo: - dovrei comprare un regalo per una mia amica, un costume, mi accompagneresti?
- Volentieri. In centro i negozi dovrebbero essere ancora aperti.
- Comunque, non ci credo che non hai nessuna che ti viene dietro.
- Come mai non ci credi?
- Sei un bel ragazzo. Intelligente e profondo. Sei romantico e dolce. Burbero, non lo nego, e anche misterioso. Uno come te avrà sicuramente delle corteggiatrici.
- Tu dici?
- Sì, ne sono certa. Però è anche vero che se non te ne sei accorto è perché hai bisogno di tempo, magari non sei ancora pronto per una relazione importante o magari hai bisogno di stare ancora da solo.
- E tu? Che mi dici di te, in che fase sei?
- Io un casino. La storia con il mio ex è andata male e mi ha fatta soffrire molto: credo di non essere pronta per affrontare un rapporto serio.
- Come fai a saperlo?
- Non me la sento. Con il mio ex ho commesso errori che non mi aspettavo.
- Tipo?
- Be', tipo che ho tradito e non è nel mio carattere e non vorrei correre il rischio di ripetermi nei miei sbagli.
- Non è detto che sia un tuo sbaglio. Amare una persona che ci fa soffrire ci fa temere di lasciarlo… ci fa temere di amarlo. Così credo che sia normale trovare appiglio altrove.
- Tu sei mai stato con una ragazza solo per sesso?
- E’ capitato un po’ a tutti, non credi?
- A me non piace. Non mi sento una di quelle che il primo che passa carino si fa portare a letto.
- Alludi a qualche ragazzo in particolare che hai conosciuto ultimamente?
- Nulla di che. Un ragazzo che era al bar e conosceva la mia amica.
- Qual è il problema? Ti piace?
- Non lo so. Non ci capisco più nulla. La mia amica lo conosceva. Ci siamo fermati a parlare con lui e un suo amico. Poi Sara si allontana con l’altro ed io con questo qui rimaniamo insieme e…
- Capisco. E ti senti in colpa per questo?
Dissi che capivo, ma in realtà non avevo capito molto bene. Il dubbio nasceva nel rivedere in Irene le mie storie passate: era come se, con lei, stessi ripercorrendo il viottolo di un labirinto in cui, quando sentivo di avere trovato una via d’uscita, mi si ripresentava la stessa strada che avevo percorso chissà quante altre volte.
Le emozioni, poi, iniziavano ad agitarmi l’animo e non capivo che direzione prendere, a che cosa aggrapparmi per non rovinare tutto.
- Be', io non la vedo come te, comunque – feci nell’accorgermi che ora era lei ad incupirsi in volto.
- In che senso?
- Nel senso che, secondo me, non hai sbagliato molto.
- Tu hai mai tradito?
- Non ho mai tradito, ma non giudico chi lo fa o chi lo ha fatto: sono spesso stato un amante.
- Io ho tradito perché mi mancava qualcosa.
- Immagino… Ma perché non lasciarsi e cercare quel qualcosa che manca? – poi presi fiato e aggiunsi – non pensare male di me, ma io questa situazione l’avevo un po’ prevista. Quando parlo con una persona che mi piace tendo a costruirne un personaggio che invento. È una sorta di difesa personale, ma non mi affido alle sensazioni: con il tempo cerco di vedere se le sensazioni sono come la realtà e, se mai mi sbaglio, cambio facilmente idea.
- E di me cosa hai capito?
- Di te… di te ho capito che sei dolce e romantica, ferita. Mi dai l’idea della ragazza che ci credeva sul serio nell’amore e si è scontrata brutalmente contro un muro di ghiaccio che mostra qualcosa di bello al suo interno, ma difficile da raggiungere…
- Continua, per piacere.
- Allora arriva il momento in cui quel qualcosa di bello, celato sotto il ghiaccio, non riesci ad ottenerlo e ci soffri perché tu ti sei aperta e vorresti che anche lui si aprisse come hai fatto tu. Metti tutto il tuo amore per riuscire a sciogliere quella persona che sei sicura di amare e che, seppure si mostri così arida di sentimenti, ti da modo di credere che ha molto amore da donare. Ma ciò non accade e ti chiudi in te stessa perdendo fiducia in tutto e tutti. Poi un giorno passa uno sconosciuto, bello e interessante, un tipo che piace e sa di piacere. Ti guarda e tu pensi che quel ragazzo lì è il tipico solitario che non ha interesse a fidanzarsi e pensi che sia ideale per renderti quell’attimo di passione che ti manca. Ci finisci col fare l’amore e ti piace perché ti fa sentire libera, senza dover rendere conto ad alcuno, e lui ti lascerà la tua libertà dopo che la nottata è finita.
- Sembra che tu mi conosca da una vita. È pazzesco, mi stai spaventando.
- Lo so, mi capita spesso di spaventare le persone, anche se non vorrei.
- E' impressionante.
- Già, lo è.
Mi guardò, sorrise. Io la fissavo e non volevo togliere il mio sguardo sul suo. Lei abbassava il capo, poi lo rialzava e arrossiva. I suoi occhi bruni si immergevano nel nocciola dei miei e ne usciva un’esplosione di pura passione.
Sentivo che anche lei ora provava una sensazione bella, importante, forte. Sentivo che anche lei si sarebbe potuta legare a quella purezza e trasparenza, a quella semplicità che mi aveva portato a scoprirla, però si ritrasse e si mise in difesa: - nessuno ha mai saputo dirmi meglio di te, la mia vita… e per giunta in cinque minuti.
- E' negativa come cosa?
- No, non lo so… non credo… è solo che…
- Dimmi. Se non avessi sofferto, avresti voluto conoscermi meglio?
- Sicuramente sì. E ti dico con tutto il cuore che mi piacerebbe avere la tua amicizia… una bellissima amicizia.
- Per quale ragione?
- Perché mi piaci, perché non vorrei perderti come amico.
- In tal caso mi dispiace, ma io non sono capace di fare l’amico.
- Non ci credo che non ne sei capace.
- Devi crederci invece.
- Perché dici così? Perché ti sei innervosito ora? Che ho detto di male?
- Nulla. Che ore sono? Tu devi andare giusto? Ritorniamo indietro.
- Sì, sto aspettando che la mia amica chiami. E’ la ragazza che è venuta a trovarmi...doveva essere già qui da un pezzo, ma è una di quelle che non arriva mai in tempo... un'eterna ritardataria...
- Dài allora, torniamo indietro, anche perché ci siamo allontanati molto e qui, di negozi aperti non ne vedo.
Sulla strada di casa, mi sentivo triste: amaro era il sapore di quel riassunto di una decina di storie già vissute, più amaro ancora era il pensiero che qualsiasi cosa le avessi detto non avrebbe cambiato nulla. Bruciava la rabbia dentro il petto e bruciava l’idea di lei a letto con uno sconosciuto solo per sfogare un dolore.
Ma non era più semplice che si fosse trovata uno che le piaceva veramente? E anche tutte le altre ragazze, non avrebbero fatto prima a trovarsi uno che le amava realmente, lealmente?
- Spiegami perché non ti senti di essere un amico: secondo me saresti perfetto.
- Credi che sia dell’amicizia che vado fiero? – non riuscii a frenare la rabbia che spingeva le parole fuori senza razionalizzarle, senza filtrarle; in un istante mi sentii incapace di fermarmi e, alleggerito dal fatto che essa premeva più della mia forza di volontà, m’abbandonai al mio sfogo: - credi di essere l’unica a non aver trovato l’amore? A me non va di essere quello che deve ascoltare di te e dei tuoi tanti amori che ti feriscono e che ti portano a commettere tradimenti che non vorresti compiere. Credi sul serio che io sia disposto a raccogliere sfoghi e dubbi e dare alle tue domande risposte che non hai? Io sono stanco, Irene. Sono stanco di svolgere per tutte la parte dell’amico. Mi comporto male con le ragazze verso le quali non ho interesse e loro stanno con me; poi mi affeziono, ritorno ad essere me stesso, dolce e romantico, e mi mollano. Oppure trovo quelle come te, che si sentono vittime ingiustificate dell’amore. Mi dispiace ma io non voglio un’amica e non voglio stare a sentire di te e delle tue storie.
- Ehi! Calmati. Stai facendo tutto da solo, calmati!
Aveva ragione, mi sarei dovuto calmare, ma in verità lei mi turbava l’animo, lo stuprava e lo seviziava di rabbia e nervoso.
Irene era una delle tante che avevo conosciuto con problemi sentimentali; una delle tante che mi aveva riempito di complimenti e mi coccolava dicendomi (sperando che io apprezzassi) che per lei era impossibile io non avessi una storia o comunque una ragazza che mi facesse la corte.
Quello che non capiva e che non avrebbe mai compreso, era che io non avevo la minima voglia di essere un amico perfetto. Insomma, cosa avrei dovuto fare? Ascoltare tutte le sue storie e starla a consolare mentre gli altri l’amavano? Non volevo. Non mi andava.
La strada scorreva lenta sotto i nostri piedi, lei si era allontanata da me e dalla mia freddezza. Si era incrinato un rapporto d’amicizia o d’amore che fosse stato.
Sentivo che oramai io e Irene eravamo due destini che si erano incrociati lasciando un leggero segno, come aerei che, da terra, sembrano avere tracciato intenzionalmente nell’aria quelle scie di fumo bianco, a segnare con una grande e lunga “X” il loro passaggio e il loro incontro.
- Verrai a trovarmi ogni tanto? – mi chiese lei e poi aggiunse – Avrei voglia di rivederti: sei uno dei pochi con cui finora mi sono trovata bene a parlare. Lo so che mi sento egoista, ma io non voglio perderti.
- Vedremo. Non ti ho mica detto addio.
- Sembrava invece.
- Tu pensi di conoscermi bene?
- No, anzi, credo di non conoscerti affatto.
- Toglimi una curiosità: come fai a dire che io per te sarò solamente un amico se non mi conosci neanche? Come riesci a capire i tuoi sentimenti che hai per me oggi e a sapere quali saranno domani?
- Non lo so, ma so che io con te non riuscirei ad avere una storia. Mi piaci un mondo, ma come amico. Non lo so, che vuoi che ti dica? So solo che non vorrei mai perderti…
- Te l’ho detto come la penso, mi dispiace. E poi che te ne fai di me? Hai mille amici: perché proprio me?
- ma quali mille amici – fece lei – i ragazzi non pensano ad altro che portarmi a letto. Le ragazze, invece, appena volto le spalle, sono sempre pronte a parlare male di me. Credi che sia piena di amici io? Ma che! Tante conoscenze e nessuna di queste mi sa dare ciò che cerco…
- e cosa cerchi? – chiesi lei tornando ad essere dolce e comprensivo.
Alla vista di una coppia di giovani che si baciavano, sospirò:
- Mi piacerebbe amare come sembrano amarsi loro.
- Cerca l’amore, allora.
- L’ho trovato, ma nella persona sbagliata, purtroppo. Ti sei mai innamorato tu?
- credo di no, forse ho creduto di esserlo, ma sto capendo che quello non era amore.
- di chi? La conosco?
- non la conosci – feci io pensando a lei. Non lo dissi di proposito, ero sicuro che lei non si conoscesse e in quel momento sentii una voce dentro me, rivelarmi che Irene non era nient’altro che una delle tante vittime di quella noia che prende molti giovani.
Non dissi più nulla e quando fummo davanti al bar ci salutammo con un bacio sulla guancia ed io m’incamminai verso casa.
- Ci rivediamo? – mi chiese ancora – Ohi, Leonardo! Ci rivediamo?
Non risposi. Continuai a camminare senza voltarmi mentre la voce di lei si faceva sempre più implorante fino a che non la sentii più.
Feci le scale saltando i gradini per arrivare il prima possibile e cancellare quella triste camminata; entrato nell’appartamento, trovai Manuel sul divano.
Era tranquillamente preso a giocare con il telefono che ogni tanto segnalava l'arrivo di un messaggio cui lui rispondeva velocemente, per prepararsi poi a rispondere a quello successivo che non tardava ad arrivare.
- Leonardo, ciao. Tutto bene? – mi chiese.
- Sì, tutto bene. Tu piuttosto, che fine hai fatto?
- Ho incontrato una cara amica e senza accorgermene il tempo mi è volato via.
- Deve essere stato un bell’incontro.
- Sì, lo è stato. E tu? Come mai solo?
- Mi sono incontrato con Irene. Ero con Luca e Riccardo che hanno deciso di andare altrove. Io ho fatto una chiacchierata con lei.
- Ah, mi fa piacere. Spero tutto a posto con lei.
Lo disse con un tono diverso, un po’ soffocato. In quell’attimo, non so perché, ma sentii il bisogno di mentire e così dissi che era andata bene.
In fondo non era del tutto una menzogna. Con Irene avevo deciso di concludere tutto lì; nessuno avrebbe mai potuto dire come sarebbe finita se avessi accettato un’amicizia con lei.
- Bene. Sono contento che sia andata per il meglio.
- Sei nervoso? Mi sembri nervoso!
- No, è tutto a posto, sono solo un po’ stanco… tutto qui.
Si alzò e si chiuse in camera mentre gli arrivava un altro messaggio e lui, subito, rispondeva.
Anche se non volli far vedere a Manuel che con Irene non era andata come volevo, avrei avuto piacere che lui me lo avesse letto negli occhi, che mi avesse dato un consiglio, una parola perché, sebbene avessi deciso io di concludere la storia d’amicizia che lei mi aveva chiesto, ci stavo veramente molto male.
Avrei voluto chiedergli come si sarebbe sentito lui al mio posto, sapendo che tutte le ragazze che mi erano piaciute molto non avevano mai ricambiato lo stesso mio interesse e mi avevano messo nell’albo degli amici indelebili.
Mi chiedevo se fosse giusto che andasse così e se fosse giusto credere a quello che certe ragazze, Irene compresa, dicevano riguardo agli amori veri: che riempiono il cuore di gioia e allo stesso tempo fanno soffrire tanto.
Quante altre domande avevo e quante risposte avrei voluto ricevere.
Ad esempio, l'idea che lei amasse i bulli era una mia sensazione, nata dall’invidia, o una realtà? Se mai avessi deciso di recitare la parte dell’amico, avrei ottenuto prima o poi un premio, quel tanto aspettato amore che mi avrebbe fatto sentire per la prima volta amato?
In passato accettai di rimanere amico di una ragazza che sentivo di amare: non ci fu esperienza più masochista di quella. Lei mi chiamava solamente per piangere perché una sua storia era andata male o per mandarmi quei quattro messaggi d’auguri: per il mio compleanno, per la Pasqua, per il Natale e per la fine dell’anno.
Un’amicizia durata quattro anni in cui, ogni volta che provavo a cercarla e magari chiederle di vederci anche solo per un’ora e una birra insieme, lei si scusava dicendomi che il suo ragazzo del momento era geloso e le impediva di vedermi.
Forse quell'esperienza fu così devastante che mi influenzò per il futuro.
Dopo poco, mentre ero invaso di pensieri come un alveare lo è d’api al momento in cui gli spari contro una nube di fumo, apparve "l’apicoltore" a raccogliere il miele dentro me: fu proprio Manuel che, guardandomi, azzardò:
- Non è andata bene con Irene, vero? Te lo leggo negli occhi.
- E' così evidente?
- Sai Leonardo, se tu fossi una persona sempre sorridente e solare, meno scontrosa e burbera, se tu non fossi così sicuro di te sino a dare l’idea di essere presuntuoso e snob, quel sorrisetto, allora, potrebbe confermare una piacevole passeggiata accanto alla ragazza cui tieni molto; ma con l'espressione che hai ora, specialmente con quegli occhi dolci che in rare situazioni io ti ho visto, non credo tu possa cavartela facilmente. Dài, raccontami tutto.
- C’è poco da dire, sai? Lei è innamorata di uno che l’ha ferita molto e lo ha tradito con uno non molto interessato a lei. Continua a farsi le sue storie di sesso e vuole che io resti suo amico. Fine della storia.
- Un bel problema. E perché non provi ad essere tu, quella storia di solo sesso?
- Ormai credo di non poterlo essere.
- Come mai?
- Perché mi ha chiesto più volte di non sparire e di restare amici e io le ho detto che non ero interessato a quel genere di rapporto.
- Io credo che i problemi vadano suddivisi in tanti altri piccoli problemini: se risolvi tanti piccoli problemini, poi ti ritrovi ad aver risolto il problema grande.
- Spiegati meglio.
- Tu vorresti Irene e lei da te vuole una semplice amicizia, perché ora ha bisogno di avventure. Allora, tu dovresti innanzitutto lasciarla perdere e non cercarla per un po’, per farle sentire la tua mancanza.
- E se non la sentisse e non mi cercasse più?
- Avrai chiaro che non è te che vuole… ma… se invece ti sbagliassi e la sentisse?
- Non vorrebbe comunque iniziare una storia con me.
- Questo non puoi saperlo, ma puoi scoprirlo senza sbilanciarti troppo. Le darai ciò che cerca e come prima cosa, le darai un sorriso e pochi problemi a cui dover pensare.
- Ci proverò.
- Fidati, non la cercare, ritornerà da te. La devi conquistare per passaggi. Lei vuole un’amicizia? E tu dalle un’amicizia. Lei vuole un qualcosa di più dell’amicizia? Tu dalle quello che sta cercando, insomma, poi il resto verrà da se.
Da quel discorso che, al momento mi ridiede fiducia e ottimismo, passarono interi giorni, poi settimane e infine si concluse quel mese, iniziato male e finito mediocremente, dove di Irene ancora non avevo ricevuto notizie.
Un mattino mi svegliai, con il sole già alto che picchiava tosto sulla persiana semi-chiusa; decisi di prendermi un giorno di ferie dal lavoro.
Mi alzai e mi preparai per una doccia, con la voglia di uscire per una passeggiata.
Iniziai a mettere su l’acqua nella moka per farmi un bel caffè; mentre una musica rock anni '70 andava in sottofondo, mi accorsi che quelle piccole cose, così semplici, iniziavano a farmi sentire in pace con me stesso.
Decisi di riordinare anche un po’ la camera e il bagno ad essa annesso. Sistemai un po’ tutto, anche fra le carte sparpagliate qua e là e i libri in disordine: ovunque c’era spazio libero per posarli. Il profumo del caffè che usciva gorgogliando mi destò dall’indaffarata pulizia.
Mi mancava molto Irene, lo dovevo ammettere, e più di una volta avevo pensato di cercarla, ma non sapendo cosa dirle e notando che lei non aveva cercato me, avevo rinunciato ogni volta.
Quel giorno, mentre con serenità sistemavo le mie cose e ogni singolo gesto sembrava rendermi felice, lei mi mancava più del solito e riordinare mi portava a pensare che sarebbe stato scortese invitarla in mezzo a quel disordine disumano.
Mi feci forza e nemmeno in quell'occasione la cercai. Bevuto il caffè, mi preparai per uscire di casa. Mentre chiudevo la porta dietro le mie spalle, con quel tonfo secco, sentii un desiderio emergere dal profondo dell’animo per sentirlo arrivare sino alla mente: una sensazione fra libertà e oppressione. Mi sentii come carcerato dietro quelle barre di una piccola finestrella, riuscivo a vedere l’azzurro cielo e gli uccelli volare in aria e quella visione mi mostrava la bellezza del sentirsi liberi e il disagio di non poter ottenere quella libertà così vicina e irraggiungibile allo stesso tempo.
Luca, Riccardo e Manuel li sentii per un attimo ostili e così, nella stessa maniera, sentii ostile Irene, la casa e quelle scale. Sembrava che all’improvviso mi andasse tutto stretto, anche i vestiti che indossavo, il mio lavoro, i miei amici e la mia città.
Mentre scendevo i gradini, ognuno di loro assumeva un sapore diverso e tutti insieme mille sapori nuovi: scale fatte e rifatte che al momento sembravano nuove e sconosciute.
Aprii il portone e il sole mi abbagliò tanto da lasciarmi alcuni secondi senza la vista; nel riprenderla, m’accorsi che le persone, indaffarate nei loro impegni giornalieri, sorridevano e scherzavano fra loro; alcune camminavano a capo chino dritte per la loro strada, altre si fermavano a fare la spesa o a parlare con qualche conoscente incrociato, altre ancora, invece, sedevano al tavolo del bar con la tazzina del caffé davanti e la sigaretta in bocca, mentre leggevano il giornale.
In tutto quel muoversi di menti, ognuna con un proprio scopo e un proprio pensiero, mi sentii sperso, quasi smarrito, e subito dopo, quella sensazione, si materializzò come un labirinto, fra i più complessi che avevo mai potuto immaginare, al cui inizio, una tavola in pietra portava incisa una domanda la cui risposta era la soluzione che mi avrebbe rivelato la via d’uscita per fuggire da quel posto così sinistro: cosa volevo da me e dalla mia vita?
Passeggiai lungo il marciapiede che costeggiava la strada, fra le persone che s’accalcavano dentro tram, autobus e negozi; tutto mi sembrava così finto, così monotono e poco interessante… Però, allo stesso tempo, sentivo di invidiare Riccardo, Luca, Manuel e anche Irene… e tutte quelle persone che seppure infelici o insoddisfatte, avevano saputo trovare un equilibrio in quel loro mondo di problemi e angosce, ma anche di gioie e felicità.
Che ne sarebbe stato del nostro sogno di viaggiare? Anche gli altri, come me, ci credevano ancora? Oramai, anche quelle domande, non trovavano risposta.
I giorni erano trascorsi e sia Luca che Riccardo, non sembravano più parlare di quel nostro sogno. Anche Manuel aveva smesso di alludere a quel progetto così tanto ambito un tempo ed io, forse, ero rimasto il solo a crederci ancora.
Iniziai a chiedermi se il mio essere sognatore potesse in un certo senso influire sui rapporti che avevo con le persone.
All’improvviso, dietro di me, sentii uno schioppo, un rumore di plastica rotta e metallo che raschiava l’asfalto e che cacciò via dalla mente tutte quelle domande.
Mi prese di soprassalto e mi voltai: la persona che guidava uno scooter aveva tamponato un’auto.
Si rialzò e, dal fisico snello e sensuale, capii che si trattava di una ragazza; quando si tolse il casco, riconobbi Irene fra i suoi bruni capelli leggermente mossi.
Mi avvicinai e la chiamai:
- Irene! Irene! Ti sei fatta male?
Si voltò e, vedendomi, mi corse incontro mentre un uomo barbuto, basso, tozzo e con le braccia ricoperte di tatuaggi, imprecava violentemente contro di lei e, tra parolacce e bestemmie, prendeva a calci il suo scooter. Lei lo guardò un istante, poi mi abbracciò impaurita e iniziò a piangere.
- Si calmi! Non lo vede che è traumatizzata? Si calmi immediatamente – feci io.
- Tu impicciati degli affari tuoi. Capito? Non lo vedi che questa qui mi ha distrutto l’auto nuova?
- Se non si calma chiamo la polizia.
Si avvicinò e mi diede uno spintone. Voltandomi per cercare di proteggere Irene, finii col perdere l’equilibrio e caddi in terra, lei su di me.
Altri due uomini uscirono dal bar e bloccarono l’uomo che, vedendo tutti i passanti adirati nei suoi confronti, finalmente si calmò.
Aiutai Irene ad alzarsi e, insieme, rialzammo anche lo scooter.
- Comunque ho potuto vedere bene l’incidente: ha frenato di colpo senza neanche mettere la freccia – disse un uomo che era lì vicino.
- Il signore ha ragione: posso testimoniare anche io – si aggiunse in difesa un giovane.
- Julian! – fece Irene.
- Tutto bene? Ti sei fatta male?
- Niente di serio. Lui è Leonardo: un mio amico.
- Leonardo, piacere – feci io.
- Dài, compiliamo i moduli per l’assicurazione e poi andiamo a medicare queste ferite – dissi dolcemente ad Irene. Lei mi sorrise asciugandosi le lacrime e tirando su con il naso.
Nel frattempo l’uomo era diventato più ragionevole fino ad ammettere anche il proprio torto, dopo che più di una persona, oltre a Julian, si era resa disponibile a testimoniare contro di lui.
Finite le pratiche entrammo nel bar. Presi un bicchiere d’acqua ad Irene che si era seduta con il ragazzo al tavolino. Parlavano. Lei rideva, forse per via dello stress che aveva appena subito.
- Insomma sei proprio fortunata. Sai chi è quel tizio? – fece Julian.
- Non lo conosco.
- E' stato dentro per spaccio un paio di volte. È uno conosciuto in zona: fra tanti, proprio quello hai dovuto prendere!
- Mi ha detto la mia amica che stai per partire: andrai al sud a stare con lei, giusto?
- Sì, proprio così. Mi ha stregato e ora ho intenzione di trasferirmi giù.
- Come è andata a te, invece? Ti avevo lasciata con…
Irene lo interruppe bruscamente con un’occhiata e poi accusò bruciore alle ferite.
- Vuoi salire da me per medicarti? – chiesi ad Irene.
- Sì, va bene. Mi bruciano da morire.
Salutò Julian ed uscimmo dal bar.
- Quindi hai avuto una storia? – le chiesi mentre andavamo in direzione del mio appartamento e lei, non capii perché, rispose quasi per distogliermi da quella possibilità dicendo: - No… che storia?
- Avevo inteso questo.
- Anche se fosse, siamo amici, non dovrei renderne conto a te. Comunque nessuna storia. Julian è il ragazzo di cui parlavo l’altra sera che a quanto sembra si è fidanzato con la mia amica.
In quel momento mi sentii anche un poco stupido per la domanda fatta. In realtà, aver rivisto Irene, mi aveva acceso forte quel desiderio di lei, ma allo stesso tempo era sempre più chiaro che quello era un amore acerbo, incapace di maturare. Mi sentivo troppo insoddisfatto della mia vita e lei la sentivo troppo lontana dal mio modo di pensare.
Realizzare questo, mi faceva stare bene e riuscivo così ad accettare la possibilità di poter perdere Irene e il suo grande amore.
- Ti vedo diverso… più sereno. Che ti è successo in questo periodo?
- Niente di particolare, ho capito una cosa.
- Che cosa?
- Ho capito qual è la vita che vorrei – feci io.
- Ah sì? E qual è la vita che vorresti?
Non risposi. Salimmo in casa e le medicai le ferite con cura ed amore.
Lei mi mise la mano sul capo e mi accarezzò più volte dicendomi parole dolci e carine che ignorai lasciandole scivolare via come olio.
- Hai mai fatto l’amore con una tua amica? – mi chiese all’improvviso.
- Immagino che tu con i tuoi amici lo abbia già fatto.
- No, mai, a dire il vero.
- E con me lo faresti?
- Non lo so, forse per via di questa situazione che si è venuta a creare…
- Lo faresti?
- Sì. Ora come ora lo farei.
Mentre le bendavo le ferite, mi sentii come il suo uomo che si prendeva cura di lei, dolcemente e con premura; al contempo, avevo anche la sensazione di essere un amante, discreto e complice e, ancora, uno sconosciuto da usare e buttare via.
Tutto questo mi trasmetteva e mi apparve come una piccola bambina viziata che non esigeva altro che vedere realizzati i suoi desideri. A me non andava di dargliela vinta, non a lei. Così mi tenni dentro ogni pensiero e mi distaccai un poco dall’argomento. Lei, però, non sembrava volesse abbandonare il tema e così mi chiese: - Tu faresti l’amore con me?
- Sì, farei l’amore con te. Ma non posso farlo.
- Hai un’altra?
- No, non c’è nessun’altra.
- E allora perchè?
Non risposi e continuai ad interessarmi alle sue ferite. Una volta bendate tutte, le andai a preparare una tisana che bevve molto volentieri.
- Buona, che tisana è?
- Non lo so sinceramente: non so molto di tisane io.
- E come mai hai tisane in casa?
- Le beve uno dei ragazzi che vive qui.
- Come si chiama?
- Si chiama Manuel.
Diventò rossa all’improvviso e bevve la tisana in fretta. Poi guardò l’orario e dichiarò:
- Ho fame. Sono le dieci e ancora non ho fatto colazione. Mi accompagni?
- Non posso, mi dispiace. Ho un impegno per le undici dall’altra parte della città.
- Mi prometti una cosa?
- Cosa?
- Resterai mio amico?
- Certo - feci io - …certo che resterò tuo amico.
- bene. Io… ora devo andare… ci sentiamo, casomai…
Mi diede un bacio abbracciandomi forte a lei; poi, vedendomi teso e rigido sulle mie, come se avesse percepito il muro che avevo posto fra noi, prese le sue cose e si congedò:
- Bene. Grazie di cuore… per tutto… anche per la tisana di Manuel. Io ora… vado. Mi… chiamerai?
- Ti chiamerò.
- Prometti?
- Ti chiamerò…
Chiuse la porta che restai a guardare, immobile, ascoltando il ticchettio delle sue scarpe echeggiare per le scale fino a scomparire.
Ebbi la sensazione che quella porta chiusa, con il rumore dei suoi passi che lentamente si allontanavano, segnava la fine della nostra storia, d’amicizia o d’amore che fosse stata. Per me iniziava un nuovo cammino. Avevo capito che Irene non sarebbe bastata a togliermi quel senso di disagio trasmesso dalle insoddisfazioni della vita che mi portavo dietro. Avevo capito che avrei dovuto cercare la mia serenità altrove perchè non mi sentivo appagato con la vita che stavo vivendo. Fra noi due si era posto un ostacolo enorme e, nonostante fossi ormai sicuro di provare un sentimento importante per lei, difficilmente sarebbe potuta nascere una storia altrettanto importante. La vedevo così diversa da me, così ben adattata a quei posti e a quelle persone che ogni giorno frequentavamo, seppure separatamente, che mi spaventava il pensiero di poter provare a convincerla a partire insieme e ad andare lontani, io e lei, soli in un mondo sicuramente ricco di novità e di cose nuove da scoprire.
M’incuriosiva, però, come potesse desiderarmi al suo fianco. Non mi spiegavo come mai una ragazza come Irene, bella, affascinante e intelligente, che aveva trovato in più occasioni l’amore, che aveva amici, un lavoro e una casa da curare, voleva avere me al suo fianco, come amico.
Ero ad un bivio della mia vita. Avevo la sensazione di trovarmi di fronte al sorgere del sole, all’alba di un nuovo giorno. Mi chiedevo se questa nuova fase fosse veramente qualcosa di positivo. Non sapevo darmi una risposta ma, probabilmente, quella sensazione di disagio e quel desiderio impellente, sconosciuto, che spingeva da dentro, erano l’inizio della fine di un qualcosa che segnava a sua volta l’inizio della vita che avrei voluto per me. In tutto ciò Irene assumeva un ruolo importantissimo, senza alcuna ombra di dubbio, ma allo stesso tempo non riuscivo a collocarla al mio fianco.
I minuti trascorrevano veloci e, per non cadere in un gioco di pensieri e domande senza risposte dal quale difficilmente ne sarei uscito illeso nell’umore, decisi di uscire.
Nessun commento:
Posta un commento