CAPITOLO QUATTRO Manuel - DROGATO D’INVIDIA

Tra le varie carte da evadere e da mandare in approvazione, mi passarono alcuni fogli riguardanti dei lavori assegnati a Leonardo; mi venne istintivo alzare il capo e guardare verso la sua postazione e mi assalì di nuovo la solitudine che mi prendeva quando sentivo la sua mancanza.

Anche in altre occasioni, quando lavorava col capo chino sui suoi documenti vari a rendere quasi invisibile la sua presenza in ufficio, lo cercavo di nascosto, attraverso quegli schermi che dividevano lui da me.

Mi bastava vederlo per sentirmi tranquillo, sereno; ultimamente, però, quel senso di solitudine e smarrimento si faceva sempre più denso.

Presi il telefono con il desiderio di sentire la sua voce, per non finire soffocato da quella sensazione di assenza che mi stava lacerando il petto e mi toglieva il respiro. Pensai che, dal tono della mia voce, avrebbe capito sicuramente che qualcosa non andava e mi avrebbe di sicuro chiesto cosa. Non avrei saputo rispondergli e, per evitare la pesante domanda, preferii inviargli un messaggio.

Cercai il suo nome nel telefono e mi accorsi che, nella rubrica, sopra il suo numero era memorizzato quello di Irene. Apparvero così, insieme: Irene e Leonardo. Ne restai infastidito tanto che decisi di modificare il nome di Irene e mettere al suo posto qualche nomignolo banale che l’allontanasse da Leonardo.

Appena memorizzai il nuovo nome le inviai un messaggio.

Avevamo avuto un paio d’incontri dal giorno in cui ci conoscemmo ed ora non ci sentivamo da molti giorni: le avrei potuto chiedere come stava e magari chiederle di vederci per una birra in compagnia.

Ero quasi sicuro di essere riuscito ad allontanarla da Leonardo e a convincerla che lui, probabilmente, vedeva come una semplice amicizia la storia nata fra loro due.

Mi sentivo tremendamente in colpa, ma l’idea che in quelle ultime tre settimane non avevo fatto altro che pensare a lei, mi dava modo di pensare che ne ero innamorato anche io come Leonardo; questo pensiero puliva la mia sporca coscienza e mi faceva sentire meno squallido di quello che in realtà ero.

- Ragazzi, mi allontano un’oretta. Mi raccomando, pensate all’ufficio in mia assenza – dissi e convinto di poter fare di meglio per sentirmi a posto con me stesso, dopo il messaggio scritto ad Irene, chiamai Giacomo, il mio amico psicoanalista per chiedergli di incontrarci e parlare un po’.

Andavo spesso da Giacomo perché lo vedevo come un fratello maggiore, più maturo e più risoluto di me. Ogni volta che lo incontravo per parlargli di qualche problema che mi tormentava, lui riusciva a trovare una soluzione.

- Pronto, Giacomo! Ciao, sono Manuel. Disturbo? Ti va se vengo a trovarti nel tuo studio? Sì, proprio così… avrei bisogno di parlare un po’... va bene… una ventina di minuti e sono da te… a dopo… ciao… ciao.

Giacomo mi conosceva bene e con lui non avevo bisogno di parlare molto perché sapeva leggermi dentro. La teoria di suddividere i grandi problemi in tanti problemi più piccoli e risolverli uno ad uno me l’aveva suggerita lui e io me n’ero appropriato dopo che, dichiarandomi ad una ragazza molto attraente e particolarmente sulle sue, riuscii a sbloccarla e a scioglierla un poco.

Era una ragazza incinta e il suo fidanzato, dopo aver scoperto che sarebbe diventato padre, era scappato via lasciandola da sola. Io la consolai un poco.

Lei, poi, si lasciò andare ad uno sfogo e mi raccontò i suoi problemi uno ad uno e insieme li suddividemmo in tanti piccoli pezzettini che, davanti ad una cena a base di carne e vino rosso, iniziammo a risolvere con ironia, tutti quanti. Passammo tutta la serata insieme. Rimase veramente colpita dalla mia semplicità. Successivamente m’invitò a casa sua. Fu l’unica volta in cui feci l’amore con una donna incinta e anche in quell’occasione fui costretto a parlare con Giacomo perché il mattino successivo, quando mi svegliai, sentii il bisogno di andare via senza lasciare alcuna traccia di me a quella ragazza di cui non ricordavo neanche il nome: quel gesto mi fece sentire tremendamente in colpa con me stesso.

Mentre mi avviavo dal mio amico notai che Irene ancora non aveva risposto al mio messaggio. Decisi di chiamarla. Ricomposi il numero più volte, ma non rispose.

Mi venne da pensare anche a Leonardo che doveva essere in casa; eppure, nemmeno lui aveva risposto al mio messaggio: che si fossero incontrati per strada, lui e Irene?

Con la macchina, in quell’ora della giornata senza traffico e le strade libere, sarei riuscito anche a passare da casa; con la scusa di essermi dimenticato qualcosa avrei potuto controllare la situazione con più razionalità.

Parcheggiai poco distante, per evitare che la mia auto fosse riconosciuta da Irene nel caso in cui lei fosse stata da quelle parti. Vedendola, avrebbe potuto chiamarmi e mettermi in una situazione molto scomoda con Leonardo.

Mi avviai a piedi con passo svelto, guardando l’ora. Salii di corsa le scale. All’improvviso sentii dei passi scendere in direzione opposta e mi fermai: era Leonardo ed era solo.

- Leonardo… Ciao.

- Manuel, che ci fai qui?

- Nulla di che… Mi sono dimenticato delle carte importanti di lavoro. Se non le consegno entro oggi sono guai. Tu… non sei uscito per niente oggi? Stai uscendo ora da questa mattina?

- No, in realtà sono uscito e poi sono rientrato. Mi fai da balia?

- T’impigrisci se resti a casa… Ti devo controllare. E, dimmi, dove vai di bello? Ti vedi con qualcuno… con qualcuna? Voglio sapere tutto di te, lo sai che ti voglio bene.

- Non di preciso. Sto andando in farmacia a comprare alcune cose… antinfiammatori, pastiglie per il mal di testa e medicinali simili.

- Come mai? Stai poco bene?

- No, sto bene. Solo che, mettendo a posto un po’ il bagno, ho visto che non abbiamo nulla e può sempre servire del medicinale a portata di mano.

- Bravo. Vai e compra quello che vuoi, poi però stasera ci dirai quanto hai speso e ti daremo la nostra parte.

- Era sottinteso.

- Va bene, ci vediamo stasera. Vado di corsa.

Mi salutò mentre ero già un paio di scalini sopra di lui; io continuai la corsa fino alla porta di casa.

Leonardo mi era apparso sereno e la sua serenità mi aveva in qualche modo irrigidito. Entrando mi accorsi che tutto era più ordinato: Leonardo non aveva pulito solo il bagno, sembrava aver sistemato anche il soggiorno e la cucina.

Trovai il suo telefono sul divano. Nel display c’era ancora un messaggio non letto. Mi venne il desiderio di curiosare. Lessi il nome di Irene e il suo messaggio: “mi dispiace per come sono andate le cose, è meglio se non continuiamo a sentirci… finirei col ferirti. Irene”.

Fui felice di quelle parole. Mi sentii come liberato di due pesi all’improvviso: uno era quello della mia coscienza che mi rimproverava di aver fatto l’amore con Irene, nonostante avessi capito che era la stessa persona di cui parlava Leonardo; l’altro che Irene, probabilmente attratta da me, mi scagionava da ogni colpa ammettendo di non amarlo.

All’improvviso, però, anche la possibilità che Irene si fosse innamorata di me mi spaventò.

Non ci pensai e di corsa andai a trovare Giacomo: lui mi avrebbe saputo certamente dare un buon consiglio.

Arrivai all’appuntamento in ritardo di una mezz’ora. Appena aprii lo sportello della mia auto, udii la sua voce rimproverarmi:

- Come al solito in ritardo! Visto che ormai ti conosco, questa mezz’ora l’ho impegnata, così ora sono libero e tutto per te.

- Giacomo perdonami, lo so, ma un traffico assurdo… e poi a quest’ora non mi è mai successo di trovare tutta quella coda in strada.

- Raccontala ad un altro questa balla e poi… te l’ho detto proprio ora: sapevo che avresti fatto tardi e mi sono avvantaggiato con il mio impegno. Bene. Andiamo su nel mio ufficio?

- Andiamo.

Giacomo era un uomo sulla quarantina, basso, calvo e paffuto sulle guance. Aveva uno sguardo che sprigionava sicurezza e timore allo stesso tempo: occhi fini e profondi che tagliavano come il burro i pensieri delle persone con cui parlava. Era come una macchina della verità, il suo sguardo penetrante: se dicevi una bugia ti trafiggeva l’anima e subito dopo ti ritrovavi a dire la verità.

Sulle labbra indossava sempre un sorriso spesso malizioso e, guardandolo nel complesso del suo aspetto, non avresti mai creduto che uno come lui potesse avere dei problemi.

Ovviamente ero consapevole del contrario, ossia che anche lui, come tutti gli esseri umani, aveva grattacapi più o meno grandi a cui pensare, ma certe persone vantano quella che credo essere una gran bella virtù: la capacità di affrontare le difficoltà, proprie e degli altri.

- Allora, intanto che saliamo, ti andrebbe una sigaretta? Qui per le scale non si potrebbe fumare, ma nessuno dice mai nulla.

- L'accetto volentieri, ma me la dovresti offrire tu perché le ho finite.

- Le hai finite e…?

- Le ho finite… e cosa?

- …e per via del troppo traffico non sei riuscito a fermarti per comprarle.

- Sfotti pure! Vorrei vedere te imbottigliato nel caos della città…

- Tieni. Fuma e smettila di dire baggianate. Te l’ho detto: queste scuse banali non attaccano con me, mi dispiace.

- Toglimi una curiosità, Giacomo…

- Dimmi pure. Se posso, te la tolgo volentieri la tua curiosità…

- Ma tu…

- Ferma, ferma tutto… ho capito: tu vorresti sapere da me come faccio ad essere così sicuro che non hai incontrato traffico in strada, giusto?

- Come diavolo fai a capire sempre tutto…

- Bene. Ti rispondo prima alla seconda curiosità: io capisco sempre tutto solamente quando quel tutto è legato alle persone scontate come te - disse ridendo compiaciuto e continuò - passiamo ora alla prima curiosità, che è un po’ più seria. Io sono certo che la tua è una menzogna perché l’impegno l’ho avuto proprio ad un centinaio di metri dal tuo lavoro: ho impiegato, praticamente, venti minuti per andare e tornare e dieci minuti per sbrigare le mie faccende…

- Che bastardo… potevi dirmelo che avevi fatto la mia stessa strada… io pensavo che tu fossi diventato uno stregone!

- Ma che stregone e stregone, piuttosto dimmi di cosa volevi parlarmi.

- Di una ragazza…

- Uff! l’ennesima ragazza… Hai di nuovo illuso una ragazza di amarla e ora ti senti in colpa per averla ferita?

- Non proprio.

- Non mi dire che questa volta sei tu quello che è stato ferito.

- Neanche stavolta hai indovinato.

- E allora dimmi tu, senza che io sia costretto a fare ipotesi: sono psichiatra mica cartomante.

- Ti ricordi del mio inquilino… Leonardo?

- Sì, mi ricordo vagamente di lui: quello per cui provi un senso di rispetto e che senti come un esempio da seguire, giusto?

- Giusto, lui. Ecco. Leonardo si è infatuato di una ragazza. Si chiama Irene, ma lei non sembra ricambiare. Abita nella stessa via in cui abitiamo noi e io, un giorno, ho avuto modo di conoscerla.

- Ci sei finito a letto, immagino.

- Sì, abbiamo fatto l’amore.

- Ti è piaciuto?

- All’inizio sì. Ci siamo visti in più situazioni e credo che lei mi piaccia moltissimo.

- E il problema qual è?

- Che io non sapevo fosse la ragazza di cui Leonardo è innamorato.

- Questo tu lo chiami problema?

- Mi sento in colpa, Giacomo, e questo senso di colpa mi sta distruggendo.

Tacque. Il suo sguardo stava ora leggendo nella mia mente e stava penetrando ogni singola cellula del mio cervello per analizzarla. Una manciata di secondi dopo, ammettevo la mia menzogna:

- Va bene, avevo capito di chi si trattasse prima ancora di finire nel suo letto.

- E come mai, secondo te, capisci chi è e ci finisci nel letto nonostante sapevi da subito che avresti provato un senso di rimorso?

- Come mai? Non sarei qui, non credi?

- Caro Manuel, ti voglio bene e te lo dico da amico. Io non posso aiutarti con questo genere di problemi perché sono troppo limitato dal sentimento che ci lega, frenato, in un certo senso. Mi spiace dovertelo dire, ma non credo che io e te si possa continuare a parlare di questo.

- Cosa stai dicendo Giacomo?! Ti sto chiedendo un consiglio, come già ho fatto altre volte…

- Sì, lo so, non ti scaldare, né c’è bisogno di allarmarsi. Il punto è che, se la memoria non m’inganna, ci sono state altre volte in cui le tue fiamme corrispondevano con gli amori di questo Leonardo e, a me, questa faccenda un pochino fa pensare…

- Pensare cosa?

- Se non m’interrompi, completo il concetto: ci potrebbe essere una sorta d’invidia, di contrasto diciamo, fra te e questo Leonardo e che ti spinge a comportare così, a desiderare le cose a lui più care.

- Voglio un bene dell’anima a Leonardo! Come puoi dire questo?

- Infatti non ho detto che c’è, bensì che potrebbe esserci… Comunque le cose sono semplici da risolvere: se ti senti in colpa solo perché ti dispiace che la ragazza di cui Leonardo è innamorato ami te, allora trova il coraggio di dirglielo...

- Altrimenti?

- Altrimenti, se c’è qualcosa di più serio che ti turba e non hai coraggio di ammetterlo, ti consiglio di provare con una persona che non ti conosce bene come ti conosco io… anche se non credo ti serva, visto che il tuo problema è risolvibile parlandone con Leonardo faccia a faccia.

- La prenderebbe male, non credi?

- Sì, probabile; ma lo potrebbe comunque scoprire da solo, un giorno o l’altro, e allora credo sarebbe peggio, non credi?

- Come faccio ad andare da lui e dirgli che ho avuto una storia con la ragazza che ama?

- Non è scritto in nessun vangelo che tu ed Irene non vi possiate innamorare l’uno dell’altro. È successo. Vi siete conosciuti ed entrambi non sapevate che avevate Leonardo come amico in comune. Vi siete piaciuti. Non si possono avere colpe per questo.

- Ma io sapevo che lei era la stessa Irene…

- Lo sai tu a questo punto Manuel… solo tu lo sai, ed io…

- E quindi?

- Quindi tu ti senti in colpa perché sai di essere stato uno stronzo, perdona l’espressione.

- Non ti preoccupare, hai ragione. Non si possono avere colpe. Non sapevamo di avere Leonardo in comune.

- Però rispondi ad una domanda: pensi ti farebbe piacere se un tuo amico si comportasse come tu hai fatto con Leonardo?

- Non lo so. Forse no.

- E' facile scoprirlo.

- Già, per te tutto è facile...

- Dai retta a me, vai a parlare con uno che non ti conosce.

- Perché continui a ripetermelo, ci andrò.

- Irene lo sa?

- Di Leonardo? No, lei non lo sa che conosco Leonardo.

- E lei è innamorata di te?

- Si…

- Come fai ad esserne così certo?

- Non lo so, una sensazione…

- Una sensazione non basta ad avere una certezza. Per come la vedo io, potrebbero esserci tante ipotesi…

- Tipo? Spiegati meglio.

- Un’ipotesi potrebbe essere che Irene non è innamorata di Leonardo e che aveva voglia di divertirsi un po’…

- Oppure?

- Oppure potrebbe essere che Irene non è innamorata di Leonardo e che sia rimasta attratta molto da te.

- O anche?

- O anche che Irene è innamorata di Leonardo, ma è confusa e teme di legarsi troppo a lui. In questo caso si tende ad allontanare quella persona, a mettere dei limiti, e a cercare di mantenere però un’amicizia aspettando di avere le idee più chiare.

- E…

- Cosa c’è?

- No, nulla… va bene… tutto chiaro.

- Comunque, dai retta a me, non ti farà male aprirti. Ho la sensazione che tu mi stia nascondendo qualcosa.

- Ora devo tornare al lavoro. Grazie di tutto Giacomo.

- Chiama se hai bisogno.

- Senz’altro… ciao.

- Ciao.

Uscii di fretta da Giacomo e, dirigendomi verso l’auto, provai a chiamare di nuovo Irene che, ancora una volta, non rispose alla mia telefonata. “Irene potrebbe essere innamorata di Leonardo e temere di legarsi troppo a lui…”. Poteva avere ragione Giacomo ed io sentivo inspiegabilmente il bisogno di allontanarli ulteriormente, ma come potevo fare?

Presi dalla rubrica il numero di Piero, che tutti chiamavano il Ninja per la sua passione per quell’arte marziale da antico samurai.

- Ciao… sono io, Giacomo… sì… va bene… non puoi prima? Tipo per le 8… con quanti amici vieni? Si, non c’è problema, quattro riesco a portarli tranquillamente… io sono solo.

Ogni volta che chiamavo il Ninja mi ripromettevo che quella sarebbe stata l’ultima volta, ma era più forte di me: ogni volta che mi sentivo giù di corda e non sapevo razionalizzare una situazione, dovevo chiamare Ninja e farmi portare una dose di cocaina, fingendo di chiamarmi Giacomo per precauzione.

Erano ormai anni che facevo uso di quelle droghe e nessuno mai se n’era accorto, eccetto quelli della casa che, spesso, si lasciavano andare e lo facevano con me.

Leonardo, solitamente, lo stimavo anche per quella sua forza di volontà nel tirarsi indietro e che io non sentivo di avere.

In alcune occasioni, anche lui aveva preso parte alle nostre serate e non sembrava farsi troppi problemi, ma a differenza nostra sapeva limitarsi e controllarsi perfettamente. Certe volte, invece, sapeva tirarsi indietro, con la consapevolezza di restare solo e sentirsi in un certo senso diverso da noi, ma non aveva paura di rifiutare l’invito, e quella sua sicurezza riusciva a far sentire me diverso. Così la stima che nutrivo per lui si trasformava in invidia e, subito dopo, in rabbia: sembrava non ci giudicasse di proposito, come per mostrare la sua superiorità, ma quel suo atteggiamento pulito e non giudice delle nostre azioni, riusciva ad attirare l’attenzione, e a me tutto questo infastidiva molto.

Tornai al lavoro e fui subito fermato da un collega di nome Simone:

- Ho una dose, andiamo in bagno! – esclamò.

Senza dire parola, lo seguii con sguardo di complicità. Detestavo dover dire sì come un tossico o un cocainomane; mi avrebbe ferito quel sì, soprattutto perché ogni qualvolta lo facevo, sentivo la presenza di Leonardo che mi derideva e si burlava di me.

Sentivo di volergli bene, seppure la sua perfezione nei modi, nelle parole e negli atteggiamenti mi sembrava talvolta così irraggiungibile da farmi sentire inferiore, e più mi sentivo schiacciato dalla sua superiorità più lo detestavo.

S’era venuto così a creare un sentimento stranissimo fatto d’amore e d’odio. Amore per lui come persona e odio per tutto ciò che di lui amavo, che avrei voluto prendere e non riuscivo, però, a raggiungere.

Mentre ero nel bagno e attendevo il segnale di Simone, mi arrivò un messaggio di Irene che si scusava per non aver risposto prima e mi chiedeva di vederci dopo il lavoro. Quelle parole mi resero più tranquillo.

Simone tirò lo sciacquone dell’acqua e, uscendo, mi lasciò dieci euro arrotolati.

Entrai nella toilette e sentii il cuore battermi forte, preso dall’adrenalina: la situazione mi catturava, mi ammaliava, mi affascinava.

L’immagine di un bagno sporco e di una tavoletta di marmo sulla quale, impercettibile, si distendeva quella linea di polvere bianca, mi dava sensazioni diverse: mi dava energia ma, allo stesso modo, m’indeboliva.

Tirai fuori l’aria con il naso per pulirlo da intoppi e per svuotare completamente i polmoni; poi mi avvicinai e, con un unico gesto, chiudendo una narice, inalai quella droga. Bastò l’atto a farmi sentire già un’altra persona.

Simone era ancora lì che aspettava, facendomi da palo e guardandosi di continuo allo specchio per paura che qualche granulo gli fosse rimasto sul naso.

Io feci come lui e controllammo più volte per verificare che nulla fosse scappata all’occhio dello specchio. Nell’uscire, Simone mi afferrò per un braccio e mi disse sorridendo, ma con tono altezzoso:

- Mi devi ancora trecento euro, non dimenticare.

- Non ti preoccupare Simo. Lo sai che ho sempre saldato tutto con te. Appena mi entra lo stipendio ti ridò i tuoi soldi, promesso.

- Mi fido, ma lascia che ti ricordi il debito.

- Va bene, me lo hai ricordato. Ora lasciami il braccio e andiamo.

Mi era passato il desiderio di restare in ufficio e la testa aveva iniziato a girarmi un po’ per l’effetto della coca che entrava in circolo, passando dai polmoni al sangue e dal sangue al cervello.

Riuscii a sentire il Ninja che mi posticipò l’appuntamento da lì ad un’ora al massimo. Dopo non avrebbe più potuto incontrarmi: accettai.

Il Ninja era solito cambiare gli orari dei suoi appuntamenti e, d'abitudine, cambiava all'ultimo i luoghi d'incontro; a volte, anche i giorni, per non rischiare di essere intercettato e preso.

Era stato in galera molte volte per spaccio di stupefacenti. Diceva che la libertà valeva mille dosi prese insieme e che nessuna di esse sapeva darti l’adrenalina che la libertà ti sa dare.

- Perché allora spacci rischiando di perdere questa libertà? – gli feci un giorno.

- Perché quando la perdi per molto tempo e poi la riacquisti, assume un valore ancora più portentoso, un gusto diverso.

Non filava molto come ragionamento, ma da uno come lui non ci si poteva aspettare risposta migliore.

Inviai subito un messaggio ad Irene dicendole che sarei uscito dall'ufficio prima. Poco dopo, mi stava chiamando.

- Pronto… sì? Irene, ciao… è tutto il giorno che ti mando messaggi, ma che fine hai fatto? Va bene, poi mi racconti però… prometti… sì, sto uscendo ora perché devo vedere un amico per una questione di lavoro… no, mi libero in fretta… va bene, appena mi libero ti squillo e vengo sotto casa tua… A dopo.

Ci misi pochi secondi a chiudere le mie carte in un cassetto e a spegnere il computer. Presi la mia roba e salutai di corsa tutti gli altri per poi dileguarmi in fretta e furia, sperando di non imbattermi nel traffico di fine giornata.

Trovai la strada libera e arrivai dal Ninja molto prima dell’orario pattuito; lo trovai, al solito, già lì: veniva prima per ispezionare la zona, poi se ne andava via e si ripresentava all’ora concordata, con un mezzo differente.

Quando mi vide, infatti, mi fece un gesto con il capo di non guardarlo e di voltarmi: messaggi in codice che, ormai, avevo imparato a riconoscere.

Nel girarmi, però, notai con la coda dell’occhio che il Ninja gettava qualcosa sotto un auto. Pochissimi istanti dopo, fu accerchiato da due uomini, probabilmente agenti in borghese, che gli bloccarono le mani e, sbattendolo contro una pianta del viale, lo arrestarono.

Mi voltai e mi allontanai. Poi, vedendo che in molti si avvicinavano a guardare la scena, pensai che avrei dato più nell’occhio facendo finta di nulla che mostrandomi curioso; così, guardai di nuovo verso i due poliziotti che ammanettavano il Ninja e lo infilavano nell’auto.

Un istante prima di chiudere lo sportello posteriore, ci scambiammo un’occhiata di cui intesi bene il senso. E fui fortunato a voltarmi giusto in tempo per non farmi notare dal poliziotto che sedeva al suo fianco. Vidi la macchina della polizia sostare più del previsto e i due sbirri parlare con Ninja animatamente. Poi partirono a sirene accese e scomparvero in un vicolo poco trafficato.

Quando tutto tornò tranquillo, raggiunsi il punto dell’arresto del Ninja; facendo bene attenzione che nessuno mi vedesse, mi chinai sotto l’auto. Lì trovai una bustina contenente cocaina e, a giudicare dalla dimensione, non si trattava solo della mia dose.

Infilai rapidamente la busta nelle mutande e andai via, senza mai voltarmi: dopo una ventina di minuti ero sotto casa di Irene che trovai subito pronta ad accogliermi nel suo appartamento.

- Ciao, splendida, come sei bella!… stai bene con questo vestitino.

- Ti piace? Lo metto quando sono a casa, è comodo.

- Quindi significa che non vuoi uscire oggi?

- No, ho voglia di stare qui e, magari, di vedere un DVD.

- Affare fatto. Anche perché io ti ho portato una sorpresa che non so se ti potrebbe piacere.

- Di che si tratta?

- Te lo dico dopo. Prima ho voglia di baciarti un po’.

Mi avvicinai e abbracciandola alla vita la tirai verso me. Inaspettatamente lei protese le braccia fissandole sul mio petto, voltando da un lato il volto.

- Che c’è? Non ti va di baciarmi?

- No, è che … oggi ho visto quel ragazzo di cui ti ho parlato spesso…

- Ah! Hai avuto problemi? Che hai fatto al ginocchio?

- No, non ti preoccupare, nulla di serio. Ho avuto un tamponamento con il motorino e Leonardo era lì nei paraggi. Così mi ha portata su da lui e mi ha medicata.

- Non ti ha infastidita spero…

- E' stato dolcissimo… Pensa che non ci ha neanche provato con me.

Che rabbia mi stava salendo. E poi non capivo perché mi parlava di Leonardo: ma non aveva detto che era solo un amico? Si stava innamorando di lui o era già innamorata?

- Comunque l’importante è che non ti sei fatta nulla di serio… Fortunatamente, hai incontrato Leonardo: immagino tu ti sia spaventata moltissimo.

- Sì, molto, e Leonardo mi è stato vicino… te l’ho detto, è stato veramente dolce e… corretto… poi l’ho visto molto cambiato rispetto alle ultime volte, più distaccato…

- Ti stai innamorando di lui?

- Anche se fosse? Non c’eravamo detti nessun legame e nessun vincolo? Tu potevi continuare a vedere chi volevi ed io lo stesso.

- Sì, ce lo siamo detti ed infatti la mia domanda non era una scenata di gelosia, ma una domanda così, fatta per curiosità.

- Comunque, non credo. Gli voglio molto bene e mi ha fatto molto piacere rivederlo… ma…

- Ma?

- Oggi mi è parso che lui non provi più nulla per me o che abbia capito di non avermi mai amata…

- Come fai a dirlo?

- Erano tre settimane che non ci sentivamo e lui non mi ha più cercata. Sì, va bene, gliel’ho chiesto io… ma, almeno, passare a trovarmi, come faceva sempre, o chiamarmi per sapere se stavo bene. Mi avrebbe fatto capire di essere realmente interessato a me, non credi?

- Te l’ho detto come la penso: se una ragazza mi chiedesse di non cercarla per un po’, io lo farei; ma se, dopo molti giorni, lei non si fa più sentire e io l’amo, credo che tenterei di rivederla e rischierei di prendermi un bel no, secco, in faccia. Secondo me, se lui non ti ha più cercata, è perché non ti ama abbastanza…

- Già! Lo credo anche io…

- Ma non capisco però, perché ti ostini a dire che non sei innamorata di lui e…

- In realtà non ti ho mai detto di non esserne innamorata, è che non lo so, sono confusa… ma sin dalla prima sera ti avevo parlato di questo ragazzo come una storia difficile. Comunque non ci voglio pensare più… allora? Qual è la sorpresa?

- Lo scoprirai.

- Dài, così mi fai morire di curiosità.

- E' quello che voglio.

L’afferrai di nuovo per la vita e l’avvicinai a me. Questa volta non si oppose, anche se evitò comunque di farsi baciare.

Passarono le ore e lei sembrava non voler un contatto con me, come se l’incontro con Leonardo le avesse tolto ogni desiderio di avere rapporti con altri ragazzi.

Passammo tutta la serata a parlare e lei, coricata sul tappeto in soggiorno, sembrava divertita dalle mie battute e dai miei modi di fare.

Più la guardavo muoversi e più mi veniva il desiderio di farci l’amore ed ogni sensazione che nasceva da quel desiderio mi riconduceva a pensare a lui, a Leonardo e all’invidia che nutrivo nei suoi confronti nel vedere Irene immancabilmente legata a lui con la mente e con il cuore.

Ad un tratto lei, per ridere, si distese completamente in terra; nello scivolare giù a terra, con le mani sull’addome, le venne istintivo piegare un ginocchio che fece scivolare quella gonnellina lungo la coscia abbronzata, scoprendo parte dei suoi fianchi.

Intravidi l’intimo, un perizoma finissimo e nero e un fuoco d’eccitazione m’invase il corpo.

Mi alzai e andai in bagno: sentivo che avevo bisogno di prendere un’altra dose.

Al mio ritorno in soggiorno lei era ancora distesa nella posizione in cui l’avevo lasciata e la musica, un blues lento e rilassante, suonava dolcemente nella stanza scurita dal tramontare del sole.

Mi chiese di accendere la lampada nell’angolo del soggiorno, alle sue spalle, e me la indicò con un dito volgendo la testa più indietro che poteva; quel gesto le scoprì parte del seno.

Accesi la lampada dalla luce fioca, come quella di una torcia o di una lanterna a gas: debole e armoniosa, rievocava istanti di romanticismo e passione che, uniti alle sensazioni che nascevano di getto dentro di me davanti a quel suo corpo splendido, mi diedero l’impulso di avvicinarmi a lei.

Mi sedetti vicino alla gamba che teneva piegata e posai la mia mano sul suo ginocchio.

- Ti va di rollare uno spinello? – mi chiese.

Pensai che fosse un’ottima idea per riuscire a disinibirla, eliminando ogni sorta di tabù che s’era venuto a creare in lei. Mi accorsi che di vino ne avevamo bevuto poco, forse un paio di bicchieri a testa; così le versai un altro calice, glielo porsi delicatamente e lo accettò di buon gusto.

Mentre preparavo lo spinello, lei mi fissava e, quando mi giravo sorridendole, lei ripiegava il viso da un lato.

- Perché mi guardi e sorridi? – le chiesi incuriosito.

- Non lo so, mi fai sorridere.

- Lo prendo per un complimento…

- Lo è: mi piacciono i tuoi movimenti e i tuoi atteggiamenti.

- Come mi vedi?

- In che senso?

- Una sorta di uno, nessuno o centomila? Pirandello, quando lo scrisse, pensò all’idea che un giorno, un individuo che aveva piena coscienza di ciò che era venne assalito da varie constatazioni da parte dei suoi conoscenti e scoprì di essere sì una persona ma, al contempo, di non essere nessuno e centomila persone.

- Uhm… cosicché a te il vino fa quest’effetto?

- Non hai visto niente allora…

- Io ti vedo così come sei: un bel ragazzo sicuramente, intelligente, dolce e romantico… a volte stronzo… così…

- Ti potresti innamorare di uno così?

- Perché me lo chiedi?

- Va bene, rigiro la domanda… il tuo uomo ideale come è?

- Non ho voglia di parlare di questo…

- E di cosa vorresti parlare?

- Mah! Forse non ho voglia neanche tanto di parlare…

Non dissi più nulla. Lo spinello era pronto e mi avvicinai; dopo averlo acceso e fatto due tiri, lo passai a lei. Avevo di proposito messo una forte quantità di marijuana per rendere l’effetto più forte.

Lei iniziò a fumare, restando in silenzio e guardando il soffitto, a tratti chiudendo gli occhi, altre volte tenendoli aperti.

Poco dopo, l’erba prese a fare effetto: mi guardava e rideva, beveva un sorso di vino, faceva un altro tiro e di nuovo richiudeva gli occhi per scoppiare in una risata.

- Come ti senti? – le chiesi.

- Un po’ stordita… Ho la testa che mi centrifuga pensieri che non riesco a fermare né a capire. Mamma santa, Manuel, è pazzesco! Mi gira tutto… ah, ah, ah! - rideva.

Appena spense nel posacenere lo spinello ormai finito, misi una mano sul suo ginocchio e lei chiuse gli occhi mostrando sulle labbra un senso di serietà improvviso.

La mia mano scivolò lentamente sulla coscia, quasi a testare i limiti che avrebbe posto al mio osare e, in pochi secondi, mi ritrovai vicino all’ambita meta: con il palmo della mano e con le dita ero in prossimità del sensuale perizoma.

Mi poggiai sul gomito con il pugno chiuso a sostenermi il capo e cominciai ad accarezzarle la gamba guardando le sue reazioni.

Un dito toccò l’intimo e lo sollevò leggermente… Riuscì ad entrare indisturbato. Lei piegò anche l’altra gamba e contemporaneamente le allargò distendendosi su tutto il corpo e inarcando il bacino leggermente verso l’alto.

Lì capii che ormai aveva ceduto al desiderio di essere amata. Portai tutta la mano sino al pube, accarezzandole dapprima la parte più esterna delle sue labbra; quando lo sentii inumidito dal piacere, lo penetrai dolcemente con un dito.

Il suo gemere mi diede energia e forza, ma subito dopo la sua mano afferrò il mio polso e disse: - aspetta! Aspetta solo un attimo…

- Cosa ti prende?

- E' che non so se è giusto…

- Giusto per chi o per cosa?

- Giusto per me, per te… giusto per la situazione… ho fumato e bevuto e io non me la sento di fare l’amore con te solo perché non sono completamente lucida…

- Non ti preoccupare… vado un attimo in bagno, torno subito… sei tranquilla?

- si, lo sono… grazie – disse e alzandomi andai in bagno per prendere un’altra dose di cocaina.

Tirai fuori la bustina più piccola e la versai tutta sul marmo del lavandino. Con una scheda telefonica iniziai a stenderla fino a farla diventare finissima polvere.

Poi, velocemente, tracciai con essa una riga e accortomi di averne tirata fuori molta, decisi di prenderla tutta in una volta.

Svuotai i polmoni completamente dall’aria per poi assumere la dose con un’unica inalazione.

La dose entrò dentro il naso lasciando un sapore amarognolo e una sensazione anestetica all’interno della gola e sulle labbra. Tirai su altre due o tre volte per farla scendere tutta e dopo essermi lavato il viso e pulito il naso, mi guardai fisso nello specchio. Irene, quella sera, doveva essere mia.

Ritornai con lei ancora in terra, le gambe distese e incrociate e le mani a tenere chiuso il vestito, per non farle scorgere.

Mi chinai in ginocchio davanti a lei e la presi per le caviglie, dolcemente. Le alzai e le baciai. Molto lentamente le piegavo verso di lei, allargandole mano a mano che con le labbra risalivo dalla caviglia al polpaccio e alla coscia.

Lei ansimava, come combattuta da un senso di volere e di dispiacere. Cercava di fermarmi, ponendo la sua mano contro il mio capo, provando a fare resistenza, e si girava, cercando di svincolarsi dalla mia presa. Sembrava stordita, offuscata dallo spinello fumato poco prima, e non riusciva a tirare fuori parole, se non quei “no” consumati a cui io non badavo. Sentivo che lentamente perdeva energia e che l’ostilità a quel contatto veniva sempre meno, così riuscii a salire sino al seno con le labbra. Con le ultime energie si ripiegò con tutto il corpo, come a volersi voltare e, non volendo, si ritrovò con me fra le sue gambe e i polsi ben stretti nella morsa delle mie mani. La sentii completamente inerme ed a quel punto cominciai a scendere dolcemente sul bacino fino ad arrivare con la mia lingua e le mie labbra sul suo pube umido. Aiutandomi con le dita iniziai a donarle piacere. Lei si abbandonò a se stessa e a me.

Fra lei e Leonardo non c’erano mai stati rapporti. Questo pensiero ed il fatto di aver finalmente ottenuto una delle tante cose che invidiavo a Leonardo, m’inebriarono l’animo di gioia e di piacere.

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