CAPITOLO QUATTRO Manuel - DROGATO D’INVIDIA

Tra le varie carte da evadere e da mandare in approvazione, mi passarono alcuni fogli riguardanti dei lavori assegnati a Leonardo; mi venne istintivo alzare il capo e guardare verso la sua postazione e mi assalì di nuovo la solitudine che mi prendeva quando sentivo la sua mancanza.

Anche in altre occasioni, quando lavorava col capo chino sui suoi documenti vari a rendere quasi invisibile la sua presenza in ufficio, lo cercavo di nascosto, attraverso quegli schermi che dividevano lui da me.

Mi bastava vederlo per sentirmi tranquillo, sereno; ultimamente, però, quel senso di solitudine e smarrimento si faceva sempre più denso.

Presi il telefono con il desiderio di sentire la sua voce, per non finire soffocato da quella sensazione di assenza che mi stava lacerando il petto e mi toglieva il respiro. Pensai che, dal tono della mia voce, avrebbe capito sicuramente che qualcosa non andava e mi avrebbe di sicuro chiesto cosa. Non avrei saputo rispondergli e, per evitare la pesante domanda, preferii inviargli un messaggio.

Cercai il suo nome nel telefono e mi accorsi che, nella rubrica, sopra il suo numero era memorizzato quello di Irene. Apparvero così, insieme: Irene e Leonardo. Ne restai infastidito tanto che decisi di modificare il nome di Irene e mettere al suo posto qualche nomignolo banale che l’allontanasse da Leonardo.

Appena memorizzai il nuovo nome le inviai un messaggio.

Avevamo avuto un paio d’incontri dal giorno in cui ci conoscemmo ed ora non ci sentivamo da molti giorni: le avrei potuto chiedere come stava e magari chiederle di vederci per una birra in compagnia.

Ero quasi sicuro di essere riuscito ad allontanarla da Leonardo e a convincerla che lui, probabilmente, vedeva come una semplice amicizia la storia nata fra loro due.

Mi sentivo tremendamente in colpa, ma l’idea che in quelle ultime tre settimane non avevo fatto altro che pensare a lei, mi dava modo di pensare che ne ero innamorato anche io come Leonardo; questo pensiero puliva la mia sporca coscienza e mi faceva sentire meno squallido di quello che in realtà ero.

- Ragazzi, mi allontano un’oretta. Mi raccomando, pensate all’ufficio in mia assenza – dissi e convinto di poter fare di meglio per sentirmi a posto con me stesso, dopo il messaggio scritto ad Irene, chiamai Giacomo, il mio amico psicoanalista per chiedergli di incontrarci e parlare un po’.

Andavo spesso da Giacomo perché lo vedevo come un fratello maggiore, più maturo e più risoluto di me. Ogni volta che lo incontravo per parlargli di qualche problema che mi tormentava, lui riusciva a trovare una soluzione.

- Pronto, Giacomo! Ciao, sono Manuel. Disturbo? Ti va se vengo a trovarti nel tuo studio? Sì, proprio così… avrei bisogno di parlare un po’... va bene… una ventina di minuti e sono da te… a dopo… ciao… ciao.

Giacomo mi conosceva bene e con lui non avevo bisogno di parlare molto perché sapeva leggermi dentro. La teoria di suddividere i grandi problemi in tanti problemi più piccoli e risolverli uno ad uno me l’aveva suggerita lui e io me n’ero appropriato dopo che, dichiarandomi ad una ragazza molto attraente e particolarmente sulle sue, riuscii a sbloccarla e a scioglierla un poco.

Era una ragazza incinta e il suo fidanzato, dopo aver scoperto che sarebbe diventato padre, era scappato via lasciandola da sola. Io la consolai un poco.

Lei, poi, si lasciò andare ad uno sfogo e mi raccontò i suoi problemi uno ad uno e insieme li suddividemmo in tanti piccoli pezzettini che, davanti ad una cena a base di carne e vino rosso, iniziammo a risolvere con ironia, tutti quanti. Passammo tutta la serata insieme. Rimase veramente colpita dalla mia semplicità. Successivamente m’invitò a casa sua. Fu l’unica volta in cui feci l’amore con una donna incinta e anche in quell’occasione fui costretto a parlare con Giacomo perché il mattino successivo, quando mi svegliai, sentii il bisogno di andare via senza lasciare alcuna traccia di me a quella ragazza di cui non ricordavo neanche il nome: quel gesto mi fece sentire tremendamente in colpa con me stesso.

Mentre mi avviavo dal mio amico notai che Irene ancora non aveva risposto al mio messaggio. Decisi di chiamarla. Ricomposi il numero più volte, ma non rispose.

Mi venne da pensare anche a Leonardo che doveva essere in casa; eppure, nemmeno lui aveva risposto al mio messaggio: che si fossero incontrati per strada, lui e Irene?

Con la macchina, in quell’ora della giornata senza traffico e le strade libere, sarei riuscito anche a passare da casa; con la scusa di essermi dimenticato qualcosa avrei potuto controllare la situazione con più razionalità.

Parcheggiai poco distante, per evitare che la mia auto fosse riconosciuta da Irene nel caso in cui lei fosse stata da quelle parti. Vedendola, avrebbe potuto chiamarmi e mettermi in una situazione molto scomoda con Leonardo.

Mi avviai a piedi con passo svelto, guardando l’ora. Salii di corsa le scale. All’improvviso sentii dei passi scendere in direzione opposta e mi fermai: era Leonardo ed era solo.

- Leonardo… Ciao.

- Manuel, che ci fai qui?

- Nulla di che… Mi sono dimenticato delle carte importanti di lavoro. Se non le consegno entro oggi sono guai. Tu… non sei uscito per niente oggi? Stai uscendo ora da questa mattina?

- No, in realtà sono uscito e poi sono rientrato. Mi fai da balia?

- T’impigrisci se resti a casa… Ti devo controllare. E, dimmi, dove vai di bello? Ti vedi con qualcuno… con qualcuna? Voglio sapere tutto di te, lo sai che ti voglio bene.

- Non di preciso. Sto andando in farmacia a comprare alcune cose… antinfiammatori, pastiglie per il mal di testa e medicinali simili.

- Come mai? Stai poco bene?

- No, sto bene. Solo che, mettendo a posto un po’ il bagno, ho visto che non abbiamo nulla e può sempre servire del medicinale a portata di mano.

- Bravo. Vai e compra quello che vuoi, poi però stasera ci dirai quanto hai speso e ti daremo la nostra parte.

- Era sottinteso.

- Va bene, ci vediamo stasera. Vado di corsa.

Mi salutò mentre ero già un paio di scalini sopra di lui; io continuai la corsa fino alla porta di casa.

Leonardo mi era apparso sereno e la sua serenità mi aveva in qualche modo irrigidito. Entrando mi accorsi che tutto era più ordinato: Leonardo non aveva pulito solo il bagno, sembrava aver sistemato anche il soggiorno e la cucina.

Trovai il suo telefono sul divano. Nel display c’era ancora un messaggio non letto. Mi venne il desiderio di curiosare. Lessi il nome di Irene e il suo messaggio: “mi dispiace per come sono andate le cose, è meglio se non continuiamo a sentirci… finirei col ferirti. Irene”.

Fui felice di quelle parole. Mi sentii come liberato di due pesi all’improvviso: uno era quello della mia coscienza che mi rimproverava di aver fatto l’amore con Irene, nonostante avessi capito che era la stessa persona di cui parlava Leonardo; l’altro che Irene, probabilmente attratta da me, mi scagionava da ogni colpa ammettendo di non amarlo.

All’improvviso, però, anche la possibilità che Irene si fosse innamorata di me mi spaventò.

Non ci pensai e di corsa andai a trovare Giacomo: lui mi avrebbe saputo certamente dare un buon consiglio.

Arrivai all’appuntamento in ritardo di una mezz’ora. Appena aprii lo sportello della mia auto, udii la sua voce rimproverarmi:

- Come al solito in ritardo! Visto che ormai ti conosco, questa mezz’ora l’ho impegnata, così ora sono libero e tutto per te.

- Giacomo perdonami, lo so, ma un traffico assurdo… e poi a quest’ora non mi è mai successo di trovare tutta quella coda in strada.

- Raccontala ad un altro questa balla e poi… te l’ho detto proprio ora: sapevo che avresti fatto tardi e mi sono avvantaggiato con il mio impegno. Bene. Andiamo su nel mio ufficio?

- Andiamo.

Giacomo era un uomo sulla quarantina, basso, calvo e paffuto sulle guance. Aveva uno sguardo che sprigionava sicurezza e timore allo stesso tempo: occhi fini e profondi che tagliavano come il burro i pensieri delle persone con cui parlava. Era come una macchina della verità, il suo sguardo penetrante: se dicevi una bugia ti trafiggeva l’anima e subito dopo ti ritrovavi a dire la verità.

Sulle labbra indossava sempre un sorriso spesso malizioso e, guardandolo nel complesso del suo aspetto, non avresti mai creduto che uno come lui potesse avere dei problemi.

Ovviamente ero consapevole del contrario, ossia che anche lui, come tutti gli esseri umani, aveva grattacapi più o meno grandi a cui pensare, ma certe persone vantano quella che credo essere una gran bella virtù: la capacità di affrontare le difficoltà, proprie e degli altri.

- Allora, intanto che saliamo, ti andrebbe una sigaretta? Qui per le scale non si potrebbe fumare, ma nessuno dice mai nulla.

- L'accetto volentieri, ma me la dovresti offrire tu perché le ho finite.

- Le hai finite e…?

- Le ho finite… e cosa?

- …e per via del troppo traffico non sei riuscito a fermarti per comprarle.

- Sfotti pure! Vorrei vedere te imbottigliato nel caos della città…

- Tieni. Fuma e smettila di dire baggianate. Te l’ho detto: queste scuse banali non attaccano con me, mi dispiace.

- Toglimi una curiosità, Giacomo…

- Dimmi pure. Se posso, te la tolgo volentieri la tua curiosità…

- Ma tu…

- Ferma, ferma tutto… ho capito: tu vorresti sapere da me come faccio ad essere così sicuro che non hai incontrato traffico in strada, giusto?

- Come diavolo fai a capire sempre tutto…

- Bene. Ti rispondo prima alla seconda curiosità: io capisco sempre tutto solamente quando quel tutto è legato alle persone scontate come te - disse ridendo compiaciuto e continuò - passiamo ora alla prima curiosità, che è un po’ più seria. Io sono certo che la tua è una menzogna perché l’impegno l’ho avuto proprio ad un centinaio di metri dal tuo lavoro: ho impiegato, praticamente, venti minuti per andare e tornare e dieci minuti per sbrigare le mie faccende…

- Che bastardo… potevi dirmelo che avevi fatto la mia stessa strada… io pensavo che tu fossi diventato uno stregone!

- Ma che stregone e stregone, piuttosto dimmi di cosa volevi parlarmi.

- Di una ragazza…

- Uff! l’ennesima ragazza… Hai di nuovo illuso una ragazza di amarla e ora ti senti in colpa per averla ferita?

- Non proprio.

- Non mi dire che questa volta sei tu quello che è stato ferito.

- Neanche stavolta hai indovinato.

- E allora dimmi tu, senza che io sia costretto a fare ipotesi: sono psichiatra mica cartomante.

- Ti ricordi del mio inquilino… Leonardo?

- Sì, mi ricordo vagamente di lui: quello per cui provi un senso di rispetto e che senti come un esempio da seguire, giusto?

- Giusto, lui. Ecco. Leonardo si è infatuato di una ragazza. Si chiama Irene, ma lei non sembra ricambiare. Abita nella stessa via in cui abitiamo noi e io, un giorno, ho avuto modo di conoscerla.

- Ci sei finito a letto, immagino.

- Sì, abbiamo fatto l’amore.

- Ti è piaciuto?

- All’inizio sì. Ci siamo visti in più situazioni e credo che lei mi piaccia moltissimo.

- E il problema qual è?

- Che io non sapevo fosse la ragazza di cui Leonardo è innamorato.

- Questo tu lo chiami problema?

- Mi sento in colpa, Giacomo, e questo senso di colpa mi sta distruggendo.

Tacque. Il suo sguardo stava ora leggendo nella mia mente e stava penetrando ogni singola cellula del mio cervello per analizzarla. Una manciata di secondi dopo, ammettevo la mia menzogna:

- Va bene, avevo capito di chi si trattasse prima ancora di finire nel suo letto.

- E come mai, secondo te, capisci chi è e ci finisci nel letto nonostante sapevi da subito che avresti provato un senso di rimorso?

- Come mai? Non sarei qui, non credi?

- Caro Manuel, ti voglio bene e te lo dico da amico. Io non posso aiutarti con questo genere di problemi perché sono troppo limitato dal sentimento che ci lega, frenato, in un certo senso. Mi spiace dovertelo dire, ma non credo che io e te si possa continuare a parlare di questo.

- Cosa stai dicendo Giacomo?! Ti sto chiedendo un consiglio, come già ho fatto altre volte…

- Sì, lo so, non ti scaldare, né c’è bisogno di allarmarsi. Il punto è che, se la memoria non m’inganna, ci sono state altre volte in cui le tue fiamme corrispondevano con gli amori di questo Leonardo e, a me, questa faccenda un pochino fa pensare…

- Pensare cosa?

- Se non m’interrompi, completo il concetto: ci potrebbe essere una sorta d’invidia, di contrasto diciamo, fra te e questo Leonardo e che ti spinge a comportare così, a desiderare le cose a lui più care.

- Voglio un bene dell’anima a Leonardo! Come puoi dire questo?

- Infatti non ho detto che c’è, bensì che potrebbe esserci… Comunque le cose sono semplici da risolvere: se ti senti in colpa solo perché ti dispiace che la ragazza di cui Leonardo è innamorato ami te, allora trova il coraggio di dirglielo...

- Altrimenti?

- Altrimenti, se c’è qualcosa di più serio che ti turba e non hai coraggio di ammetterlo, ti consiglio di provare con una persona che non ti conosce bene come ti conosco io… anche se non credo ti serva, visto che il tuo problema è risolvibile parlandone con Leonardo faccia a faccia.

- La prenderebbe male, non credi?

- Sì, probabile; ma lo potrebbe comunque scoprire da solo, un giorno o l’altro, e allora credo sarebbe peggio, non credi?

- Come faccio ad andare da lui e dirgli che ho avuto una storia con la ragazza che ama?

- Non è scritto in nessun vangelo che tu ed Irene non vi possiate innamorare l’uno dell’altro. È successo. Vi siete conosciuti ed entrambi non sapevate che avevate Leonardo come amico in comune. Vi siete piaciuti. Non si possono avere colpe per questo.

- Ma io sapevo che lei era la stessa Irene…

- Lo sai tu a questo punto Manuel… solo tu lo sai, ed io…

- E quindi?

- Quindi tu ti senti in colpa perché sai di essere stato uno stronzo, perdona l’espressione.

- Non ti preoccupare, hai ragione. Non si possono avere colpe. Non sapevamo di avere Leonardo in comune.

- Però rispondi ad una domanda: pensi ti farebbe piacere se un tuo amico si comportasse come tu hai fatto con Leonardo?

- Non lo so. Forse no.

- E' facile scoprirlo.

- Già, per te tutto è facile...

- Dai retta a me, vai a parlare con uno che non ti conosce.

- Perché continui a ripetermelo, ci andrò.

- Irene lo sa?

- Di Leonardo? No, lei non lo sa che conosco Leonardo.

- E lei è innamorata di te?

- Si…

- Come fai ad esserne così certo?

- Non lo so, una sensazione…

- Una sensazione non basta ad avere una certezza. Per come la vedo io, potrebbero esserci tante ipotesi…

- Tipo? Spiegati meglio.

- Un’ipotesi potrebbe essere che Irene non è innamorata di Leonardo e che aveva voglia di divertirsi un po’…

- Oppure?

- Oppure potrebbe essere che Irene non è innamorata di Leonardo e che sia rimasta attratta molto da te.

- O anche?

- O anche che Irene è innamorata di Leonardo, ma è confusa e teme di legarsi troppo a lui. In questo caso si tende ad allontanare quella persona, a mettere dei limiti, e a cercare di mantenere però un’amicizia aspettando di avere le idee più chiare.

- E…

- Cosa c’è?

- No, nulla… va bene… tutto chiaro.

- Comunque, dai retta a me, non ti farà male aprirti. Ho la sensazione che tu mi stia nascondendo qualcosa.

- Ora devo tornare al lavoro. Grazie di tutto Giacomo.

- Chiama se hai bisogno.

- Senz’altro… ciao.

- Ciao.

Uscii di fretta da Giacomo e, dirigendomi verso l’auto, provai a chiamare di nuovo Irene che, ancora una volta, non rispose alla mia telefonata. “Irene potrebbe essere innamorata di Leonardo e temere di legarsi troppo a lui…”. Poteva avere ragione Giacomo ed io sentivo inspiegabilmente il bisogno di allontanarli ulteriormente, ma come potevo fare?

Presi dalla rubrica il numero di Piero, che tutti chiamavano il Ninja per la sua passione per quell’arte marziale da antico samurai.

- Ciao… sono io, Giacomo… sì… va bene… non puoi prima? Tipo per le 8… con quanti amici vieni? Si, non c’è problema, quattro riesco a portarli tranquillamente… io sono solo.

Ogni volta che chiamavo il Ninja mi ripromettevo che quella sarebbe stata l’ultima volta, ma era più forte di me: ogni volta che mi sentivo giù di corda e non sapevo razionalizzare una situazione, dovevo chiamare Ninja e farmi portare una dose di cocaina, fingendo di chiamarmi Giacomo per precauzione.

Erano ormai anni che facevo uso di quelle droghe e nessuno mai se n’era accorto, eccetto quelli della casa che, spesso, si lasciavano andare e lo facevano con me.

Leonardo, solitamente, lo stimavo anche per quella sua forza di volontà nel tirarsi indietro e che io non sentivo di avere.

In alcune occasioni, anche lui aveva preso parte alle nostre serate e non sembrava farsi troppi problemi, ma a differenza nostra sapeva limitarsi e controllarsi perfettamente. Certe volte, invece, sapeva tirarsi indietro, con la consapevolezza di restare solo e sentirsi in un certo senso diverso da noi, ma non aveva paura di rifiutare l’invito, e quella sua sicurezza riusciva a far sentire me diverso. Così la stima che nutrivo per lui si trasformava in invidia e, subito dopo, in rabbia: sembrava non ci giudicasse di proposito, come per mostrare la sua superiorità, ma quel suo atteggiamento pulito e non giudice delle nostre azioni, riusciva ad attirare l’attenzione, e a me tutto questo infastidiva molto.

Tornai al lavoro e fui subito fermato da un collega di nome Simone:

- Ho una dose, andiamo in bagno! – esclamò.

Senza dire parola, lo seguii con sguardo di complicità. Detestavo dover dire sì come un tossico o un cocainomane; mi avrebbe ferito quel sì, soprattutto perché ogni qualvolta lo facevo, sentivo la presenza di Leonardo che mi derideva e si burlava di me.

Sentivo di volergli bene, seppure la sua perfezione nei modi, nelle parole e negli atteggiamenti mi sembrava talvolta così irraggiungibile da farmi sentire inferiore, e più mi sentivo schiacciato dalla sua superiorità più lo detestavo.

S’era venuto così a creare un sentimento stranissimo fatto d’amore e d’odio. Amore per lui come persona e odio per tutto ciò che di lui amavo, che avrei voluto prendere e non riuscivo, però, a raggiungere.

Mentre ero nel bagno e attendevo il segnale di Simone, mi arrivò un messaggio di Irene che si scusava per non aver risposto prima e mi chiedeva di vederci dopo il lavoro. Quelle parole mi resero più tranquillo.

Simone tirò lo sciacquone dell’acqua e, uscendo, mi lasciò dieci euro arrotolati.

Entrai nella toilette e sentii il cuore battermi forte, preso dall’adrenalina: la situazione mi catturava, mi ammaliava, mi affascinava.

L’immagine di un bagno sporco e di una tavoletta di marmo sulla quale, impercettibile, si distendeva quella linea di polvere bianca, mi dava sensazioni diverse: mi dava energia ma, allo stesso modo, m’indeboliva.

Tirai fuori l’aria con il naso per pulirlo da intoppi e per svuotare completamente i polmoni; poi mi avvicinai e, con un unico gesto, chiudendo una narice, inalai quella droga. Bastò l’atto a farmi sentire già un’altra persona.

Simone era ancora lì che aspettava, facendomi da palo e guardandosi di continuo allo specchio per paura che qualche granulo gli fosse rimasto sul naso.

Io feci come lui e controllammo più volte per verificare che nulla fosse scappata all’occhio dello specchio. Nell’uscire, Simone mi afferrò per un braccio e mi disse sorridendo, ma con tono altezzoso:

- Mi devi ancora trecento euro, non dimenticare.

- Non ti preoccupare Simo. Lo sai che ho sempre saldato tutto con te. Appena mi entra lo stipendio ti ridò i tuoi soldi, promesso.

- Mi fido, ma lascia che ti ricordi il debito.

- Va bene, me lo hai ricordato. Ora lasciami il braccio e andiamo.

Mi era passato il desiderio di restare in ufficio e la testa aveva iniziato a girarmi un po’ per l’effetto della coca che entrava in circolo, passando dai polmoni al sangue e dal sangue al cervello.

Riuscii a sentire il Ninja che mi posticipò l’appuntamento da lì ad un’ora al massimo. Dopo non avrebbe più potuto incontrarmi: accettai.

Il Ninja era solito cambiare gli orari dei suoi appuntamenti e, d'abitudine, cambiava all'ultimo i luoghi d'incontro; a volte, anche i giorni, per non rischiare di essere intercettato e preso.

Era stato in galera molte volte per spaccio di stupefacenti. Diceva che la libertà valeva mille dosi prese insieme e che nessuna di esse sapeva darti l’adrenalina che la libertà ti sa dare.

- Perché allora spacci rischiando di perdere questa libertà? – gli feci un giorno.

- Perché quando la perdi per molto tempo e poi la riacquisti, assume un valore ancora più portentoso, un gusto diverso.

Non filava molto come ragionamento, ma da uno come lui non ci si poteva aspettare risposta migliore.

Inviai subito un messaggio ad Irene dicendole che sarei uscito dall'ufficio prima. Poco dopo, mi stava chiamando.

- Pronto… sì? Irene, ciao… è tutto il giorno che ti mando messaggi, ma che fine hai fatto? Va bene, poi mi racconti però… prometti… sì, sto uscendo ora perché devo vedere un amico per una questione di lavoro… no, mi libero in fretta… va bene, appena mi libero ti squillo e vengo sotto casa tua… A dopo.

Ci misi pochi secondi a chiudere le mie carte in un cassetto e a spegnere il computer. Presi la mia roba e salutai di corsa tutti gli altri per poi dileguarmi in fretta e furia, sperando di non imbattermi nel traffico di fine giornata.

Trovai la strada libera e arrivai dal Ninja molto prima dell’orario pattuito; lo trovai, al solito, già lì: veniva prima per ispezionare la zona, poi se ne andava via e si ripresentava all’ora concordata, con un mezzo differente.

Quando mi vide, infatti, mi fece un gesto con il capo di non guardarlo e di voltarmi: messaggi in codice che, ormai, avevo imparato a riconoscere.

Nel girarmi, però, notai con la coda dell’occhio che il Ninja gettava qualcosa sotto un auto. Pochissimi istanti dopo, fu accerchiato da due uomini, probabilmente agenti in borghese, che gli bloccarono le mani e, sbattendolo contro una pianta del viale, lo arrestarono.

Mi voltai e mi allontanai. Poi, vedendo che in molti si avvicinavano a guardare la scena, pensai che avrei dato più nell’occhio facendo finta di nulla che mostrandomi curioso; così, guardai di nuovo verso i due poliziotti che ammanettavano il Ninja e lo infilavano nell’auto.

Un istante prima di chiudere lo sportello posteriore, ci scambiammo un’occhiata di cui intesi bene il senso. E fui fortunato a voltarmi giusto in tempo per non farmi notare dal poliziotto che sedeva al suo fianco. Vidi la macchina della polizia sostare più del previsto e i due sbirri parlare con Ninja animatamente. Poi partirono a sirene accese e scomparvero in un vicolo poco trafficato.

Quando tutto tornò tranquillo, raggiunsi il punto dell’arresto del Ninja; facendo bene attenzione che nessuno mi vedesse, mi chinai sotto l’auto. Lì trovai una bustina contenente cocaina e, a giudicare dalla dimensione, non si trattava solo della mia dose.

Infilai rapidamente la busta nelle mutande e andai via, senza mai voltarmi: dopo una ventina di minuti ero sotto casa di Irene che trovai subito pronta ad accogliermi nel suo appartamento.

- Ciao, splendida, come sei bella!… stai bene con questo vestitino.

- Ti piace? Lo metto quando sono a casa, è comodo.

- Quindi significa che non vuoi uscire oggi?

- No, ho voglia di stare qui e, magari, di vedere un DVD.

- Affare fatto. Anche perché io ti ho portato una sorpresa che non so se ti potrebbe piacere.

- Di che si tratta?

- Te lo dico dopo. Prima ho voglia di baciarti un po’.

Mi avvicinai e abbracciandola alla vita la tirai verso me. Inaspettatamente lei protese le braccia fissandole sul mio petto, voltando da un lato il volto.

- Che c’è? Non ti va di baciarmi?

- No, è che … oggi ho visto quel ragazzo di cui ti ho parlato spesso…

- Ah! Hai avuto problemi? Che hai fatto al ginocchio?

- No, non ti preoccupare, nulla di serio. Ho avuto un tamponamento con il motorino e Leonardo era lì nei paraggi. Così mi ha portata su da lui e mi ha medicata.

- Non ti ha infastidita spero…

- E' stato dolcissimo… Pensa che non ci ha neanche provato con me.

Che rabbia mi stava salendo. E poi non capivo perché mi parlava di Leonardo: ma non aveva detto che era solo un amico? Si stava innamorando di lui o era già innamorata?

- Comunque l’importante è che non ti sei fatta nulla di serio… Fortunatamente, hai incontrato Leonardo: immagino tu ti sia spaventata moltissimo.

- Sì, molto, e Leonardo mi è stato vicino… te l’ho detto, è stato veramente dolce e… corretto… poi l’ho visto molto cambiato rispetto alle ultime volte, più distaccato…

- Ti stai innamorando di lui?

- Anche se fosse? Non c’eravamo detti nessun legame e nessun vincolo? Tu potevi continuare a vedere chi volevi ed io lo stesso.

- Sì, ce lo siamo detti ed infatti la mia domanda non era una scenata di gelosia, ma una domanda così, fatta per curiosità.

- Comunque, non credo. Gli voglio molto bene e mi ha fatto molto piacere rivederlo… ma…

- Ma?

- Oggi mi è parso che lui non provi più nulla per me o che abbia capito di non avermi mai amata…

- Come fai a dirlo?

- Erano tre settimane che non ci sentivamo e lui non mi ha più cercata. Sì, va bene, gliel’ho chiesto io… ma, almeno, passare a trovarmi, come faceva sempre, o chiamarmi per sapere se stavo bene. Mi avrebbe fatto capire di essere realmente interessato a me, non credi?

- Te l’ho detto come la penso: se una ragazza mi chiedesse di non cercarla per un po’, io lo farei; ma se, dopo molti giorni, lei non si fa più sentire e io l’amo, credo che tenterei di rivederla e rischierei di prendermi un bel no, secco, in faccia. Secondo me, se lui non ti ha più cercata, è perché non ti ama abbastanza…

- Già! Lo credo anche io…

- Ma non capisco però, perché ti ostini a dire che non sei innamorata di lui e…

- In realtà non ti ho mai detto di non esserne innamorata, è che non lo so, sono confusa… ma sin dalla prima sera ti avevo parlato di questo ragazzo come una storia difficile. Comunque non ci voglio pensare più… allora? Qual è la sorpresa?

- Lo scoprirai.

- Dài, così mi fai morire di curiosità.

- E' quello che voglio.

L’afferrai di nuovo per la vita e l’avvicinai a me. Questa volta non si oppose, anche se evitò comunque di farsi baciare.

Passarono le ore e lei sembrava non voler un contatto con me, come se l’incontro con Leonardo le avesse tolto ogni desiderio di avere rapporti con altri ragazzi.

Passammo tutta la serata a parlare e lei, coricata sul tappeto in soggiorno, sembrava divertita dalle mie battute e dai miei modi di fare.

Più la guardavo muoversi e più mi veniva il desiderio di farci l’amore ed ogni sensazione che nasceva da quel desiderio mi riconduceva a pensare a lui, a Leonardo e all’invidia che nutrivo nei suoi confronti nel vedere Irene immancabilmente legata a lui con la mente e con il cuore.

Ad un tratto lei, per ridere, si distese completamente in terra; nello scivolare giù a terra, con le mani sull’addome, le venne istintivo piegare un ginocchio che fece scivolare quella gonnellina lungo la coscia abbronzata, scoprendo parte dei suoi fianchi.

Intravidi l’intimo, un perizoma finissimo e nero e un fuoco d’eccitazione m’invase il corpo.

Mi alzai e andai in bagno: sentivo che avevo bisogno di prendere un’altra dose.

Al mio ritorno in soggiorno lei era ancora distesa nella posizione in cui l’avevo lasciata e la musica, un blues lento e rilassante, suonava dolcemente nella stanza scurita dal tramontare del sole.

Mi chiese di accendere la lampada nell’angolo del soggiorno, alle sue spalle, e me la indicò con un dito volgendo la testa più indietro che poteva; quel gesto le scoprì parte del seno.

Accesi la lampada dalla luce fioca, come quella di una torcia o di una lanterna a gas: debole e armoniosa, rievocava istanti di romanticismo e passione che, uniti alle sensazioni che nascevano di getto dentro di me davanti a quel suo corpo splendido, mi diedero l’impulso di avvicinarmi a lei.

Mi sedetti vicino alla gamba che teneva piegata e posai la mia mano sul suo ginocchio.

- Ti va di rollare uno spinello? – mi chiese.

Pensai che fosse un’ottima idea per riuscire a disinibirla, eliminando ogni sorta di tabù che s’era venuto a creare in lei. Mi accorsi che di vino ne avevamo bevuto poco, forse un paio di bicchieri a testa; così le versai un altro calice, glielo porsi delicatamente e lo accettò di buon gusto.

Mentre preparavo lo spinello, lei mi fissava e, quando mi giravo sorridendole, lei ripiegava il viso da un lato.

- Perché mi guardi e sorridi? – le chiesi incuriosito.

- Non lo so, mi fai sorridere.

- Lo prendo per un complimento…

- Lo è: mi piacciono i tuoi movimenti e i tuoi atteggiamenti.

- Come mi vedi?

- In che senso?

- Una sorta di uno, nessuno o centomila? Pirandello, quando lo scrisse, pensò all’idea che un giorno, un individuo che aveva piena coscienza di ciò che era venne assalito da varie constatazioni da parte dei suoi conoscenti e scoprì di essere sì una persona ma, al contempo, di non essere nessuno e centomila persone.

- Uhm… cosicché a te il vino fa quest’effetto?

- Non hai visto niente allora…

- Io ti vedo così come sei: un bel ragazzo sicuramente, intelligente, dolce e romantico… a volte stronzo… così…

- Ti potresti innamorare di uno così?

- Perché me lo chiedi?

- Va bene, rigiro la domanda… il tuo uomo ideale come è?

- Non ho voglia di parlare di questo…

- E di cosa vorresti parlare?

- Mah! Forse non ho voglia neanche tanto di parlare…

Non dissi più nulla. Lo spinello era pronto e mi avvicinai; dopo averlo acceso e fatto due tiri, lo passai a lei. Avevo di proposito messo una forte quantità di marijuana per rendere l’effetto più forte.

Lei iniziò a fumare, restando in silenzio e guardando il soffitto, a tratti chiudendo gli occhi, altre volte tenendoli aperti.

Poco dopo, l’erba prese a fare effetto: mi guardava e rideva, beveva un sorso di vino, faceva un altro tiro e di nuovo richiudeva gli occhi per scoppiare in una risata.

- Come ti senti? – le chiesi.

- Un po’ stordita… Ho la testa che mi centrifuga pensieri che non riesco a fermare né a capire. Mamma santa, Manuel, è pazzesco! Mi gira tutto… ah, ah, ah! - rideva.

Appena spense nel posacenere lo spinello ormai finito, misi una mano sul suo ginocchio e lei chiuse gli occhi mostrando sulle labbra un senso di serietà improvviso.

La mia mano scivolò lentamente sulla coscia, quasi a testare i limiti che avrebbe posto al mio osare e, in pochi secondi, mi ritrovai vicino all’ambita meta: con il palmo della mano e con le dita ero in prossimità del sensuale perizoma.

Mi poggiai sul gomito con il pugno chiuso a sostenermi il capo e cominciai ad accarezzarle la gamba guardando le sue reazioni.

Un dito toccò l’intimo e lo sollevò leggermente… Riuscì ad entrare indisturbato. Lei piegò anche l’altra gamba e contemporaneamente le allargò distendendosi su tutto il corpo e inarcando il bacino leggermente verso l’alto.

Lì capii che ormai aveva ceduto al desiderio di essere amata. Portai tutta la mano sino al pube, accarezzandole dapprima la parte più esterna delle sue labbra; quando lo sentii inumidito dal piacere, lo penetrai dolcemente con un dito.

Il suo gemere mi diede energia e forza, ma subito dopo la sua mano afferrò il mio polso e disse: - aspetta! Aspetta solo un attimo…

- Cosa ti prende?

- E' che non so se è giusto…

- Giusto per chi o per cosa?

- Giusto per me, per te… giusto per la situazione… ho fumato e bevuto e io non me la sento di fare l’amore con te solo perché non sono completamente lucida…

- Non ti preoccupare… vado un attimo in bagno, torno subito… sei tranquilla?

- si, lo sono… grazie – disse e alzandomi andai in bagno per prendere un’altra dose di cocaina.

Tirai fuori la bustina più piccola e la versai tutta sul marmo del lavandino. Con una scheda telefonica iniziai a stenderla fino a farla diventare finissima polvere.

Poi, velocemente, tracciai con essa una riga e accortomi di averne tirata fuori molta, decisi di prenderla tutta in una volta.

Svuotai i polmoni completamente dall’aria per poi assumere la dose con un’unica inalazione.

La dose entrò dentro il naso lasciando un sapore amarognolo e una sensazione anestetica all’interno della gola e sulle labbra. Tirai su altre due o tre volte per farla scendere tutta e dopo essermi lavato il viso e pulito il naso, mi guardai fisso nello specchio. Irene, quella sera, doveva essere mia.

Ritornai con lei ancora in terra, le gambe distese e incrociate e le mani a tenere chiuso il vestito, per non farle scorgere.

Mi chinai in ginocchio davanti a lei e la presi per le caviglie, dolcemente. Le alzai e le baciai. Molto lentamente le piegavo verso di lei, allargandole mano a mano che con le labbra risalivo dalla caviglia al polpaccio e alla coscia.

Lei ansimava, come combattuta da un senso di volere e di dispiacere. Cercava di fermarmi, ponendo la sua mano contro il mio capo, provando a fare resistenza, e si girava, cercando di svincolarsi dalla mia presa. Sembrava stordita, offuscata dallo spinello fumato poco prima, e non riusciva a tirare fuori parole, se non quei “no” consumati a cui io non badavo. Sentivo che lentamente perdeva energia e che l’ostilità a quel contatto veniva sempre meno, così riuscii a salire sino al seno con le labbra. Con le ultime energie si ripiegò con tutto il corpo, come a volersi voltare e, non volendo, si ritrovò con me fra le sue gambe e i polsi ben stretti nella morsa delle mie mani. La sentii completamente inerme ed a quel punto cominciai a scendere dolcemente sul bacino fino ad arrivare con la mia lingua e le mie labbra sul suo pube umido. Aiutandomi con le dita iniziai a donarle piacere. Lei si abbandonò a se stessa e a me.

Fra lei e Leonardo non c’erano mai stati rapporti. Questo pensiero ed il fatto di aver finalmente ottenuto una delle tante cose che invidiavo a Leonardo, m’inebriarono l’animo di gioia e di piacere.

CAPITOLO TRE Leonardo - L’INIZIO DELLA FINE DI UNA STORIA.

Erano passati molti anni da quando con Riccardo, Luca e Manuel avevamo preso quell’appartamento in condivisione. Quella era una delle tante serate in cui Manuel tardava ad un appuntamento con noi: la scusa principale erano le sigarette, poi si fermava a parlare con qualche sua conoscenza o vecchia fiamma finendo col farsi attendere molti minuti, delle volte raggiunse anche un’ora di ritardo.

A differenza di quelle volte, però, si era sempre fatto trovare al telefono o ci avvisava mandando un messaggio per scusarsi della lunga attesa. Nell’ultimo periodo, invece, si allontanava dandoci appuntamento in un posto e poi non si sapeva che fine aveva fatto.

Quella sera passammo anche al bar dove era solito comprare le sigarette e anche lì non lo trovammo.

- Chissà che fine avrà fatto Manuel! Dovevamo vederci qui sotto casa ed è un’ora che lo aspettiamo e non risponde neanche al telefono – fece Luca spazientito dal lungo ritardo.

- Chi lo sa… Starà con qualche sua donna incontrata per caso e se la starà spassando chissà dove.

Luca e Riccardo, tra una battuta e l’altra, iniziarono a camminare lentamente; Luca si voltò verso di me, mi fece cenno di muovermi:

- Manuel ci raggiungerà in un secondo momento, dai iniziamo ad andare noi tre. Se non era neanche al bar, chissà dove sarà ora: è inutile attenderlo.

Camminavamo a passo lento quasi per spendere più tempo possibile e ritrovarci insieme a Manuel a bere una birra tutti e quattro insieme. Mano a mano che la strada si consumava sotto i nostri piedi, mi accorgevo che il desiderio di sentire Irene o di vederla, si faceva sempre più forte. Volevo chiamarla, ma sapevo che avrei sbagliato se l’avessi fatto, così provai a contattare Manuel per chiedergli dove fosse finito. La voce registrata della sua compagnia telefonica mi annunciò che non era raggiungibile: poteva aver spento il telefonino.

Lo sentivo cambiato per molti aspetti. Ero da sempre legato a lui come si può essere ad un caro amico, uno di quelli che sa come consigliarti e tirarti fuori dai problemi. Una capacità che vedevo sempre più spegnersi dietro atteggiamenti irriconoscibili.

Li avevo notati da molto tempo, ma negli ultimi periodi si erano evidenziati. Delle volte lo sentivo scontroso e freddo, ma non con tutti, soprattutto con me e in alcune occasioni non si vietò di dirmi, chiedendomi scusa dopo averlo fatto, che era infastidito dal mio atteggiamento da presuntuoso.

Provai a chiedergli, nei momenti di tranquillità, perché aveva pensato di me certe cose e lui aveva sempre risposto con calma e serenità:

- non prendertela troppo Leonardo. L’ho detto in un momento di rabbia. Vedi, tu appari sempre così perfetto che delle volte, quando sbaglio, il tuo atteggiamento mi fa pesare molto l’errore commesso e mi pesa sentirmi giudicato da te… ma non te la prendere, non penso tu sia presuntuoso, anzi, ho molto da imparare da te.

Riprovai cinque minuti più tardi, ma nulla da fare, il telefono di Manuel era ancora spento.

Iniziai così a fantasticare con i pensieri che mi riportavano alla memoria le varie situazioni che avevano dapprima fatto nascere un’amicizia fra me e Irene, poi quelle altre che mi avevano portato ad amarla.

Ai ricordi che prendevano corpo di getto, magari nel vedere un posto, una scritta o anche una semplice auto che passava al mio fianco, si alternava l'immagine di Manuel con i suoi modi rassicuranti e la sua cultura: era capace di suscitare quella curiosità che ti faceva restare lì, fermo ad ascoltarlo per ore, senza mai stancarti.

Queste immagini si presentavano nella mia mente come vecchie diapositive; poi iniziarono a fondersi e ad unirsi fino a che, Manuel ed Irene, non apparivano in un’unica proiezione e facevano l’amore.

Mi fermai un istante e mi venne da pensare che lei abitava da moltissimo tempo nella nostra via e che poteva esserci una minima possibilità che anche lui l’avesse potuta conoscere.

Quell'idea mi gelò perché mi sembrò quasi sicuro che per Manuel non sarebbe stato difficile conquistarla.

Prendendo il telefono in mano feci scorrere la rubrica sino al nome Irene: avevo bisogno di sentirla. La mano mi tremava; in mente non avevo ben chiaro cosa dirle, per non allarmarla con la mia paranoia non fondata, tanto più che, se fosse risultata essere vera, non avevo alcun diritto a giudicarli, né potevo contestare loro nulla: né Irene né Manuel avevano l’obbligo di dovermi rendere conto riguardo le loro decisioni.

Guardai più volte quel nome e negli istanti in cui trovavo coraggio per comporlo, Luca e Riccardo ritardavano il tutto richiamando la mia attenzione da dieci metri più avanti:

- Leonardo ti muovi? Andiamo!

- Arrivo, arrivo… – e, abbassando il telefono, allungavo il passo per un paio di metri, esortato a procedere dai loro sguardi severi.

Appena i due si voltavano e riprendevano lentamente a camminare e a ridere di episodi accaduti, svaniva l'effetto "costrizione" e, automaticamente, si assopiva la voglia di seguirli, almeno non prima di sentire la voce di Irene. Proprio nel momento in cui composi il suo numero, udii dietro di me chiamare il mio nome:

- Leonardo!

Mi voltai: era lei e il cuore mi si aprì per la gioia.

- Irene, ciao. Che sorpresa!

- E' un po’ che ti chiamo, ma sei diventato sordo? Mi hai fatto perdere la voce a forza di urlare. Be', come stai?

- Bene grazie. E tu?

- Alti e bassi, ma non mi posso lamentare. Dove stavi andando di bello? Ti ho disturbato?

- In nessun posto in particolare: sto andando a bere una birra con amici.

Guardò il telefono che tenevo ancora in mano e mi chiese:

- Hai appuntamento con qualcuno? Aspetti una chiamata?

Anche io guardai il telefono come per leggere una risposta e, riponendolo in tasca, feci cenno di no con la testa. Poi mi girai per cercare di vedere dove fossero arrivati Luca e Riccardo ma li avevo persi di vista, dileguati fra il via vai di persone che percorrevano ogni sera quella strada.

- Sei con qualcuno? Se devi andare non c’è problema: ti ho visto e avevo voglia di salutarti… tutto qui.

- Sono con due amici e non si sono accorti che mi sono fermato. Non ti preoccupare, è tutto a posto.

- Quindi sei impegnato… per fare due passi insieme… immagino…

Stavo per risponderle quando, da lontano, Luca e Riccardo mi sollecitarono:

- Leonardo! Noi iniziamo ad andare, se poi ti liberi e ti va ci trovi al solito posto. A dopo - e scomparvero dietro l’angolo.

- Erano loro i tuoi amici quindi. Bene, a questo punto non ti puoi tirare più indietro visto che ti hanno dato buca.

- Non mi posso più tirare indietro. Dove si va quindi?

- Decidi tu.

Iniziai a camminare e lei mi prese a braccetto seguendo il mio passo; poco dopo, sondò:

- Hai trovato un posto dove andare?

- Ancora no, ci penso mentre camminiamo.

Lei era taciturna e non parlava molto, sembrava serena. In me, invece, c’era un sottile senso di nostalgia e di malinconia che s’imponeva sul mio umore, soffocando quella gioia nata un attimo prima nel vedere Irene avvicinarsi a me mentre mi chiamava.

Era come se dentro di me si fosse aperta una porta oltre la quale c’era un mondo confuso che già conoscevo e che molte altre volte avevo visto. Era quel mondo fatto di ma e di se che mi creavano ansia e dispiacere; il tutto andava a mescolarsi con la sensazione che avrei dovuto ascoltare, subire forse in silenzio, le parole di lei; benché ancora non sapessi di cosa avremmo, avrebbe parlato, mi pareva quasi di prevedere la fine di quella breve conversazione.

Lei si rese conto del mio stato d’animo. A tratti mi guardava e cercava di intromettersi con qualche parola fra i miei pensieri, stando attenta a non ferirmi più di quanto già sembrassi.

La tristezza era come un velo gelido di neve e, seppure tentassi di scioglierlo con l’amore e con l’ottimismo evitando il più possibile che si posasse sul cuore, non riuscivo a non oscurare con una nube nera, pronta a scrosciare pioggia e grandine, il mio volto che s’incupiva sempre più, come i monti al tramontar del sole, fin quando di essi non rimane che una sottile linea che divide, leggera, il buio sulla terra da quello nel cielo.

- Cosa stai pensando? – mi chiese lei e, non rilevando alcuna mia reazione, mi tirò un poco sul braccio per sollecitare una risposta.

- Cosa ti prende? Sei pensieroso.

La guardai negli occhi. Per un istante il suo e il mio sguardo si legarono come mani incrociate; non capendo se anche in lei era scaturita la stessa mia sensazione da quel contatto astratto e trasparente, cercai di nascondere le emozioni dietro un finto sorriso:

- Non penso a nulla in particolare. Cerco di godermi questa passeggiata. E tu, a cosa pensi?

- A tante cose, ma anche io a nessuna in particolare. Pensavo che è strano sapere che un ragazzo bello come te sia ancora solo.

- Eppure, sembrerebbe questa la realtà.

- Non ci credo che non ci sia una ragazza che ha voglia di stare con te.

Non risposi. La sensazione di dover entrare in un discorso sentito e risentito mi spaventava un poco.

Aggiunse: - abbiamo parlato molto ma non ci siamo mai detti nulla di noi. Raccontami un po’ di te, hai voglia?

- Cosa vuoi sapere?

- Dimmi cosa ti piace fare.

- Tante cose. Ad esempio mi piace molto scrivere e leggere. Adoro passeggiare nei parchi e giocare con le palline…

- Giocare con le palline… sei un giocoliere?

- Non proprio: ho imparato da solo e lo uso come hobby antistress.

- Cos’altro?

- Pescare. Mi piace pescare.

- A me non molto, non ho pazienza e lì ce ne vuole molta. Ti piacciono i bambini?

- Li adoro e loro adorano me. Mi piace giocarci e farli ridere: pensare di poter insegnare loro quello che ho imparato io e vedere che apprendono mi entusiasma.

- Anche io li adoro. Ho una sorellina di sette anni ed è il mio tesoro. Tu hai fratelli, sorelle?

- Un fratello più grande di tre anni.

- Che rapporto avete?

- Confuso. Non ci cerchiamo mai e nessuno dei due ha mai smesso di volere bene all’altro. Lui è stato una guida per me, un modello da seguire di nascosto.

Sorrise e le chiesi la ragione. Continuava a fissarmi sorridendo, senza rispondere alla mia domanda. Poi il viso le diventò un poco rosso e riprese a parlare abbassando lo sguardo: - dovrei comprare un regalo per una mia amica, un costume, mi accompagneresti?

- Volentieri. In centro i negozi dovrebbero essere ancora aperti.

- Comunque, non ci credo che non hai nessuna che ti viene dietro.

- Come mai non ci credi?

- Sei un bel ragazzo. Intelligente e profondo. Sei romantico e dolce. Burbero, non lo nego, e anche misterioso. Uno come te avrà sicuramente delle corteggiatrici.

- Tu dici?

- Sì, ne sono certa. Però è anche vero che se non te ne sei accorto è perché hai bisogno di tempo, magari non sei ancora pronto per una relazione importante o magari hai bisogno di stare ancora da solo.

- E tu? Che mi dici di te, in che fase sei?

- Io un casino. La storia con il mio ex è andata male e mi ha fatta soffrire molto: credo di non essere pronta per affrontare un rapporto serio.

- Come fai a saperlo?

- Non me la sento. Con il mio ex ho commesso errori che non mi aspettavo.

- Tipo?

- Be', tipo che ho tradito e non è nel mio carattere e non vorrei correre il rischio di ripetermi nei miei sbagli.

- Non è detto che sia un tuo sbaglio. Amare una persona che ci fa soffrire ci fa temere di lasciarlo… ci fa temere di amarlo. Così credo che sia normale trovare appiglio altrove.

- Tu sei mai stato con una ragazza solo per sesso?

- E’ capitato un po’ a tutti, non credi?

- A me non piace. Non mi sento una di quelle che il primo che passa carino si fa portare a letto.

- Alludi a qualche ragazzo in particolare che hai conosciuto ultimamente?

- Nulla di che. Un ragazzo che era al bar e conosceva la mia amica.

- Qual è il problema? Ti piace?

- Non lo so. Non ci capisco più nulla. La mia amica lo conosceva. Ci siamo fermati a parlare con lui e un suo amico. Poi Sara si allontana con l’altro ed io con questo qui rimaniamo insieme e…

- Capisco. E ti senti in colpa per questo?

Dissi che capivo, ma in realtà non avevo capito molto bene. Il dubbio nasceva nel rivedere in Irene le mie storie passate: era come se, con lei, stessi ripercorrendo il viottolo di un labirinto in cui, quando sentivo di avere trovato una via d’uscita, mi si ripresentava la stessa strada che avevo percorso chissà quante altre volte.

Le emozioni, poi, iniziavano ad agitarmi l’animo e non capivo che direzione prendere, a che cosa aggrapparmi per non rovinare tutto.

- Be', io non la vedo come te, comunque – feci nell’accorgermi che ora era lei ad incupirsi in volto.

- In che senso?

- Nel senso che, secondo me, non hai sbagliato molto.

- Tu hai mai tradito?

- Non ho mai tradito, ma non giudico chi lo fa o chi lo ha fatto: sono spesso stato un amante.

- Io ho tradito perché mi mancava qualcosa.

- Immagino… Ma perché non lasciarsi e cercare quel qualcosa che manca? – poi presi fiato e aggiunsi – non pensare male di me, ma io questa situazione l’avevo un po’ prevista. Quando parlo con una persona che mi piace tendo a costruirne un personaggio che invento. È una sorta di difesa personale, ma non mi affido alle sensazioni: con il tempo cerco di vedere se le sensazioni sono come la realtà e, se mai mi sbaglio, cambio facilmente idea.

- E di me cosa hai capito?

- Di te… di te ho capito che sei dolce e romantica, ferita. Mi dai l’idea della ragazza che ci credeva sul serio nell’amore e si è scontrata brutalmente contro un muro di ghiaccio che mostra qualcosa di bello al suo interno, ma difficile da raggiungere…

- Continua, per piacere.

- Allora arriva il momento in cui quel qualcosa di bello, celato sotto il ghiaccio, non riesci ad ottenerlo e ci soffri perché tu ti sei aperta e vorresti che anche lui si aprisse come hai fatto tu. Metti tutto il tuo amore per riuscire a sciogliere quella persona che sei sicura di amare e che, seppure si mostri così arida di sentimenti, ti da modo di credere che ha molto amore da donare. Ma ciò non accade e ti chiudi in te stessa perdendo fiducia in tutto e tutti. Poi un giorno passa uno sconosciuto, bello e interessante, un tipo che piace e sa di piacere. Ti guarda e tu pensi che quel ragazzo lì è il tipico solitario che non ha interesse a fidanzarsi e pensi che sia ideale per renderti quell’attimo di passione che ti manca. Ci finisci col fare l’amore e ti piace perché ti fa sentire libera, senza dover rendere conto ad alcuno, e lui ti lascerà la tua libertà dopo che la nottata è finita.

- Sembra che tu mi conosca da una vita. È pazzesco, mi stai spaventando.

- Lo so, mi capita spesso di spaventare le persone, anche se non vorrei.

- E' impressionante.

- Già, lo è.

Mi guardò, sorrise. Io la fissavo e non volevo togliere il mio sguardo sul suo. Lei abbassava il capo, poi lo rialzava e arrossiva. I suoi occhi bruni si immergevano nel nocciola dei miei e ne usciva un’esplosione di pura passione.

Sentivo che anche lei ora provava una sensazione bella, importante, forte. Sentivo che anche lei si sarebbe potuta legare a quella purezza e trasparenza, a quella semplicità che mi aveva portato a scoprirla, però si ritrasse e si mise in difesa: - nessuno ha mai saputo dirmi meglio di te, la mia vita… e per giunta in cinque minuti.

- E' negativa come cosa?

- No, non lo so… non credo… è solo che…

- Dimmi. Se non avessi sofferto, avresti voluto conoscermi meglio?

- Sicuramente sì. E ti dico con tutto il cuore che mi piacerebbe avere la tua amicizia… una bellissima amicizia.

- Per quale ragione?

- Perché mi piaci, perché non vorrei perderti come amico.

- In tal caso mi dispiace, ma io non sono capace di fare l’amico.

- Non ci credo che non ne sei capace.

- Devi crederci invece.

- Perché dici così? Perché ti sei innervosito ora? Che ho detto di male?

- Nulla. Che ore sono? Tu devi andare giusto? Ritorniamo indietro.

- Sì, sto aspettando che la mia amica chiami. E’ la ragazza che è venuta a trovarmi...doveva essere già qui da un pezzo, ma è una di quelle che non arriva mai in tempo... un'eterna ritardataria...

- Dài allora, torniamo indietro, anche perché ci siamo allontanati molto e qui, di negozi aperti non ne vedo.

Sulla strada di casa, mi sentivo triste: amaro era il sapore di quel riassunto di una decina di storie già vissute, più amaro ancora era il pensiero che qualsiasi cosa le avessi detto non avrebbe cambiato nulla. Bruciava la rabbia dentro il petto e bruciava l’idea di lei a letto con uno sconosciuto solo per sfogare un dolore.

Ma non era più semplice che si fosse trovata uno che le piaceva veramente? E anche tutte le altre ragazze, non avrebbero fatto prima a trovarsi uno che le amava realmente, lealmente?

- Spiegami perché non ti senti di essere un amico: secondo me saresti perfetto.

- Credi che sia dell’amicizia che vado fiero? – non riuscii a frenare la rabbia che spingeva le parole fuori senza razionalizzarle, senza filtrarle; in un istante mi sentii incapace di fermarmi e, alleggerito dal fatto che essa premeva più della mia forza di volontà, m’abbandonai al mio sfogo: - credi di essere l’unica a non aver trovato l’amore? A me non va di essere quello che deve ascoltare di te e dei tuoi tanti amori che ti feriscono e che ti portano a commettere tradimenti che non vorresti compiere. Credi sul serio che io sia disposto a raccogliere sfoghi e dubbi e dare alle tue domande risposte che non hai? Io sono stanco, Irene. Sono stanco di svolgere per tutte la parte dell’amico. Mi comporto male con le ragazze verso le quali non ho interesse e loro stanno con me; poi mi affeziono, ritorno ad essere me stesso, dolce e romantico, e mi mollano. Oppure trovo quelle come te, che si sentono vittime ingiustificate dell’amore. Mi dispiace ma io non voglio un’amica e non voglio stare a sentire di te e delle tue storie.

- Ehi! Calmati. Stai facendo tutto da solo, calmati!

Aveva ragione, mi sarei dovuto calmare, ma in verità lei mi turbava l’animo, lo stuprava e lo seviziava di rabbia e nervoso.

Irene era una delle tante che avevo conosciuto con problemi sentimentali; una delle tante che mi aveva riempito di complimenti e mi coccolava dicendomi (sperando che io apprezzassi) che per lei era impossibile io non avessi una storia o comunque una ragazza che mi facesse la corte.

Quello che non capiva e che non avrebbe mai compreso, era che io non avevo la minima voglia di essere un amico perfetto. Insomma, cosa avrei dovuto fare? Ascoltare tutte le sue storie e starla a consolare mentre gli altri l’amavano? Non volevo. Non mi andava.

La strada scorreva lenta sotto i nostri piedi, lei si era allontanata da me e dalla mia freddezza. Si era incrinato un rapporto d’amicizia o d’amore che fosse stato.

Sentivo che oramai io e Irene eravamo due destini che si erano incrociati lasciando un leggero segno, come aerei che, da terra, sembrano avere tracciato intenzionalmente nell’aria quelle scie di fumo bianco, a segnare con una grande e lunga “X” il loro passaggio e il loro incontro.

- Verrai a trovarmi ogni tanto? – mi chiese lei e poi aggiunse – Avrei voglia di rivederti: sei uno dei pochi con cui finora mi sono trovata bene a parlare. Lo so che mi sento egoista, ma io non voglio perderti.

- Vedremo. Non ti ho mica detto addio.

- Sembrava invece.

- Tu pensi di conoscermi bene?

- No, anzi, credo di non conoscerti affatto.

- Toglimi una curiosità: come fai a dire che io per te sarò solamente un amico se non mi conosci neanche? Come riesci a capire i tuoi sentimenti che hai per me oggi e a sapere quali saranno domani?

- Non lo so, ma so che io con te non riuscirei ad avere una storia. Mi piaci un mondo, ma come amico. Non lo so, che vuoi che ti dica? So solo che non vorrei mai perderti…

- Te l’ho detto come la penso, mi dispiace. E poi che te ne fai di me? Hai mille amici: perché proprio me?

- ma quali mille amici – fece lei – i ragazzi non pensano ad altro che portarmi a letto. Le ragazze, invece, appena volto le spalle, sono sempre pronte a parlare male di me. Credi che sia piena di amici io? Ma che! Tante conoscenze e nessuna di queste mi sa dare ciò che cerco…

- e cosa cerchi? – chiesi lei tornando ad essere dolce e comprensivo.

Alla vista di una coppia di giovani che si baciavano, sospirò:

- Mi piacerebbe amare come sembrano amarsi loro.

- Cerca l’amore, allora.

- L’ho trovato, ma nella persona sbagliata, purtroppo. Ti sei mai innamorato tu?

- credo di no, forse ho creduto di esserlo, ma sto capendo che quello non era amore.

- di chi? La conosco?

- non la conosci – feci io pensando a lei. Non lo dissi di proposito, ero sicuro che lei non si conoscesse e in quel momento sentii una voce dentro me, rivelarmi che Irene non era nient’altro che una delle tante vittime di quella noia che prende molti giovani.

Non dissi più nulla e quando fummo davanti al bar ci salutammo con un bacio sulla guancia ed io m’incamminai verso casa.

- Ci rivediamo? – mi chiese ancora – Ohi, Leonardo! Ci rivediamo?

Non risposi. Continuai a camminare senza voltarmi mentre la voce di lei si faceva sempre più implorante fino a che non la sentii più.

Feci le scale saltando i gradini per arrivare il prima possibile e cancellare quella triste camminata; entrato nell’appartamento, trovai Manuel sul divano.

Era tranquillamente preso a giocare con il telefono che ogni tanto segnalava l'arrivo di un messaggio cui lui rispondeva velocemente, per prepararsi poi a rispondere a quello successivo che non tardava ad arrivare.

- Leonardo, ciao. Tutto bene? – mi chiese.

- Sì, tutto bene. Tu piuttosto, che fine hai fatto?

- Ho incontrato una cara amica e senza accorgermene il tempo mi è volato via.

- Deve essere stato un bell’incontro.

- Sì, lo è stato. E tu? Come mai solo?

- Mi sono incontrato con Irene. Ero con Luca e Riccardo che hanno deciso di andare altrove. Io ho fatto una chiacchierata con lei.

- Ah, mi fa piacere. Spero tutto a posto con lei.

Lo disse con un tono diverso, un po’ soffocato. In quell’attimo, non so perché, ma sentii il bisogno di mentire e così dissi che era andata bene.

In fondo non era del tutto una menzogna. Con Irene avevo deciso di concludere tutto lì; nessuno avrebbe mai potuto dire come sarebbe finita se avessi accettato un’amicizia con lei.

- Bene. Sono contento che sia andata per il meglio.

- Sei nervoso? Mi sembri nervoso!

- No, è tutto a posto, sono solo un po’ stanco… tutto qui.

Si alzò e si chiuse in camera mentre gli arrivava un altro messaggio e lui, subito, rispondeva.

Anche se non volli far vedere a Manuel che con Irene non era andata come volevo, avrei avuto piacere che lui me lo avesse letto negli occhi, che mi avesse dato un consiglio, una parola perché, sebbene avessi deciso io di concludere la storia d’amicizia che lei mi aveva chiesto, ci stavo veramente molto male.

Avrei voluto chiedergli come si sarebbe sentito lui al mio posto, sapendo che tutte le ragazze che mi erano piaciute molto non avevano mai ricambiato lo stesso mio interesse e mi avevano messo nell’albo degli amici indelebili.

Mi chiedevo se fosse giusto che andasse così e se fosse giusto credere a quello che certe ragazze, Irene compresa, dicevano riguardo agli amori veri: che riempiono il cuore di gioia e allo stesso tempo fanno soffrire tanto.

Quante altre domande avevo e quante risposte avrei voluto ricevere.

Ad esempio, l'idea che lei amasse i bulli era una mia sensazione, nata dall’invidia, o una realtà? Se mai avessi deciso di recitare la parte dell’amico, avrei ottenuto prima o poi un premio, quel tanto aspettato amore che mi avrebbe fatto sentire per la prima volta amato?

In passato accettai di rimanere amico di una ragazza che sentivo di amare: non ci fu esperienza più masochista di quella. Lei mi chiamava solamente per piangere perché una sua storia era andata male o per mandarmi quei quattro messaggi d’auguri: per il mio compleanno, per la Pasqua, per il Natale e per la fine dell’anno.

Un’amicizia durata quattro anni in cui, ogni volta che provavo a cercarla e magari chiederle di vederci anche solo per un’ora e una birra insieme, lei si scusava dicendomi che il suo ragazzo del momento era geloso e le impediva di vedermi.

Forse quell'esperienza fu così devastante che mi influenzò per il futuro.

Dopo poco, mentre ero invaso di pensieri come un alveare lo è d’api al momento in cui gli spari contro una nube di fumo, apparve "l’apicoltore" a raccogliere il miele dentro me: fu proprio Manuel che, guardandomi, azzardò:

- Non è andata bene con Irene, vero? Te lo leggo negli occhi.

- E' così evidente?

- Sai Leonardo, se tu fossi una persona sempre sorridente e solare, meno scontrosa e burbera, se tu non fossi così sicuro di te sino a dare l’idea di essere presuntuoso e snob, quel sorrisetto, allora, potrebbe confermare una piacevole passeggiata accanto alla ragazza cui tieni molto; ma con l'espressione che hai ora, specialmente con quegli occhi dolci che in rare situazioni io ti ho visto, non credo tu possa cavartela facilmente. Dài, raccontami tutto.

- C’è poco da dire, sai? Lei è innamorata di uno che l’ha ferita molto e lo ha tradito con uno non molto interessato a lei. Continua a farsi le sue storie di sesso e vuole che io resti suo amico. Fine della storia.

- Un bel problema. E perché non provi ad essere tu, quella storia di solo sesso?

- Ormai credo di non poterlo essere.

- Come mai?

- Perché mi ha chiesto più volte di non sparire e di restare amici e io le ho detto che non ero interessato a quel genere di rapporto.

- Io credo che i problemi vadano suddivisi in tanti altri piccoli problemini: se risolvi tanti piccoli problemini, poi ti ritrovi ad aver risolto il problema grande.

- Spiegati meglio.

- Tu vorresti Irene e lei da te vuole una semplice amicizia, perché ora ha bisogno di avventure. Allora, tu dovresti innanzitutto lasciarla perdere e non cercarla per un po’, per farle sentire la tua mancanza.

- E se non la sentisse e non mi cercasse più?

- Avrai chiaro che non è te che vuole… ma… se invece ti sbagliassi e la sentisse?

- Non vorrebbe comunque iniziare una storia con me.

- Questo non puoi saperlo, ma puoi scoprirlo senza sbilanciarti troppo. Le darai ciò che cerca e come prima cosa, le darai un sorriso e pochi problemi a cui dover pensare.

- Ci proverò.

- Fidati, non la cercare, ritornerà da te. La devi conquistare per passaggi. Lei vuole un’amicizia? E tu dalle un’amicizia. Lei vuole un qualcosa di più dell’amicizia? Tu dalle quello che sta cercando, insomma, poi il resto verrà da se.

Da quel discorso che, al momento mi ridiede fiducia e ottimismo, passarono interi giorni, poi settimane e infine si concluse quel mese, iniziato male e finito mediocremente, dove di Irene ancora non avevo ricevuto notizie.

Un mattino mi svegliai, con il sole già alto che picchiava tosto sulla persiana semi-chiusa; decisi di prendermi un giorno di ferie dal lavoro.

Mi alzai e mi preparai per una doccia, con la voglia di uscire per una passeggiata.

Iniziai a mettere su l’acqua nella moka per farmi un bel caffè; mentre una musica rock anni '70 andava in sottofondo, mi accorsi che quelle piccole cose, così semplici, iniziavano a farmi sentire in pace con me stesso.

Decisi di riordinare anche un po’ la camera e il bagno ad essa annesso. Sistemai un po’ tutto, anche fra le carte sparpagliate qua e là e i libri in disordine: ovunque c’era spazio libero per posarli. Il profumo del caffè che usciva gorgogliando mi destò dall’indaffarata pulizia.

Mi mancava molto Irene, lo dovevo ammettere, e più di una volta avevo pensato di cercarla, ma non sapendo cosa dirle e notando che lei non aveva cercato me, avevo rinunciato ogni volta.

Quel giorno, mentre con serenità sistemavo le mie cose e ogni singolo gesto sembrava rendermi felice, lei mi mancava più del solito e riordinare mi portava a pensare che sarebbe stato scortese invitarla in mezzo a quel disordine disumano.

Mi feci forza e nemmeno in quell'occasione la cercai. Bevuto il caffè, mi preparai per uscire di casa. Mentre chiudevo la porta dietro le mie spalle, con quel tonfo secco, sentii un desiderio emergere dal profondo dell’animo per sentirlo arrivare sino alla mente: una sensazione fra libertà e oppressione. Mi sentii come carcerato dietro quelle barre di una piccola finestrella, riuscivo a vedere l’azzurro cielo e gli uccelli volare in aria e quella visione mi mostrava la bellezza del sentirsi liberi e il disagio di non poter ottenere quella libertà così vicina e irraggiungibile allo stesso tempo.

Luca, Riccardo e Manuel li sentii per un attimo ostili e così, nella stessa maniera, sentii ostile Irene, la casa e quelle scale. Sembrava che all’improvviso mi andasse tutto stretto, anche i vestiti che indossavo, il mio lavoro, i miei amici e la mia città.

Mentre scendevo i gradini, ognuno di loro assumeva un sapore diverso e tutti insieme mille sapori nuovi: scale fatte e rifatte che al momento sembravano nuove e sconosciute.

Aprii il portone e il sole mi abbagliò tanto da lasciarmi alcuni secondi senza la vista; nel riprenderla, m’accorsi che le persone, indaffarate nei loro impegni giornalieri, sorridevano e scherzavano fra loro; alcune camminavano a capo chino dritte per la loro strada, altre si fermavano a fare la spesa o a parlare con qualche conoscente incrociato, altre ancora, invece, sedevano al tavolo del bar con la tazzina del caffé davanti e la sigaretta in bocca, mentre leggevano il giornale.

In tutto quel muoversi di menti, ognuna con un proprio scopo e un proprio pensiero, mi sentii sperso, quasi smarrito, e subito dopo, quella sensazione, si materializzò come un labirinto, fra i più complessi che avevo mai potuto immaginare, al cui inizio, una tavola in pietra portava incisa una domanda la cui risposta era la soluzione che mi avrebbe rivelato la via d’uscita per fuggire da quel posto così sinistro: cosa volevo da me e dalla mia vita?

Passeggiai lungo il marciapiede che costeggiava la strada, fra le persone che s’accalcavano dentro tram, autobus e negozi; tutto mi sembrava così finto, così monotono e poco interessante… Però, allo stesso tempo, sentivo di invidiare Riccardo, Luca, Manuel e anche Irene… e tutte quelle persone che seppure infelici o insoddisfatte, avevano saputo trovare un equilibrio in quel loro mondo di problemi e angosce, ma anche di gioie e felicità.

Che ne sarebbe stato del nostro sogno di viaggiare? Anche gli altri, come me, ci credevano ancora? Oramai, anche quelle domande, non trovavano risposta.

I giorni erano trascorsi e sia Luca che Riccardo, non sembravano più parlare di quel nostro sogno. Anche Manuel aveva smesso di alludere a quel progetto così tanto ambito un tempo ed io, forse, ero rimasto il solo a crederci ancora.

Iniziai a chiedermi se il mio essere sognatore potesse in un certo senso influire sui rapporti che avevo con le persone.

All’improvviso, dietro di me, sentii uno schioppo, un rumore di plastica rotta e metallo che raschiava l’asfalto e che cacciò via dalla mente tutte quelle domande.

Mi prese di soprassalto e mi voltai: la persona che guidava uno scooter aveva tamponato un’auto.

Si rialzò e, dal fisico snello e sensuale, capii che si trattava di una ragazza; quando si tolse il casco, riconobbi Irene fra i suoi bruni capelli leggermente mossi.

Mi avvicinai e la chiamai:

- Irene! Irene! Ti sei fatta male?

Si voltò e, vedendomi, mi corse incontro mentre un uomo barbuto, basso, tozzo e con le braccia ricoperte di tatuaggi, imprecava violentemente contro di lei e, tra parolacce e bestemmie, prendeva a calci il suo scooter. Lei lo guardò un istante, poi mi abbracciò impaurita e iniziò a piangere.

- Si calmi! Non lo vede che è traumatizzata? Si calmi immediatamente – feci io.

- Tu impicciati degli affari tuoi. Capito? Non lo vedi che questa qui mi ha distrutto l’auto nuova?

- Se non si calma chiamo la polizia.

Si avvicinò e mi diede uno spintone. Voltandomi per cercare di proteggere Irene, finii col perdere l’equilibrio e caddi in terra, lei su di me.

Altri due uomini uscirono dal bar e bloccarono l’uomo che, vedendo tutti i passanti adirati nei suoi confronti, finalmente si calmò.

Aiutai Irene ad alzarsi e, insieme, rialzammo anche lo scooter.

- Comunque ho potuto vedere bene l’incidente: ha frenato di colpo senza neanche mettere la freccia – disse un uomo che era lì vicino.

- Il signore ha ragione: posso testimoniare anche io – si aggiunse in difesa un giovane.

- Julian! – fece Irene.

- Tutto bene? Ti sei fatta male?

- Niente di serio. Lui è Leonardo: un mio amico.

- Leonardo, piacere – feci io.

- Dài, compiliamo i moduli per l’assicurazione e poi andiamo a medicare queste ferite – dissi dolcemente ad Irene. Lei mi sorrise asciugandosi le lacrime e tirando su con il naso.

Nel frattempo l’uomo era diventato più ragionevole fino ad ammettere anche il proprio torto, dopo che più di una persona, oltre a Julian, si era resa disponibile a testimoniare contro di lui.

Finite le pratiche entrammo nel bar. Presi un bicchiere d’acqua ad Irene che si era seduta con il ragazzo al tavolino. Parlavano. Lei rideva, forse per via dello stress che aveva appena subito.

- Insomma sei proprio fortunata. Sai chi è quel tizio? – fece Julian.

- Non lo conosco.

- E' stato dentro per spaccio un paio di volte. È uno conosciuto in zona: fra tanti, proprio quello hai dovuto prendere!

- Mi ha detto la mia amica che stai per partire: andrai al sud a stare con lei, giusto?

- Sì, proprio così. Mi ha stregato e ora ho intenzione di trasferirmi giù.

- Come è andata a te, invece? Ti avevo lasciata con…

Irene lo interruppe bruscamente con un’occhiata e poi accusò bruciore alle ferite.

- Vuoi salire da me per medicarti? – chiesi ad Irene.

- Sì, va bene. Mi bruciano da morire.

Salutò Julian ed uscimmo dal bar.

- Quindi hai avuto una storia? – le chiesi mentre andavamo in direzione del mio appartamento e lei, non capii perché, rispose quasi per distogliermi da quella possibilità dicendo: - No… che storia?

- Avevo inteso questo.

- Anche se fosse, siamo amici, non dovrei renderne conto a te. Comunque nessuna storia. Julian è il ragazzo di cui parlavo l’altra sera che a quanto sembra si è fidanzato con la mia amica.

In quel momento mi sentii anche un poco stupido per la domanda fatta. In realtà, aver rivisto Irene, mi aveva acceso forte quel desiderio di lei, ma allo stesso tempo era sempre più chiaro che quello era un amore acerbo, incapace di maturare. Mi sentivo troppo insoddisfatto della mia vita e lei la sentivo troppo lontana dal mio modo di pensare.

Realizzare questo, mi faceva stare bene e riuscivo così ad accettare la possibilità di poter perdere Irene e il suo grande amore.

- Ti vedo diverso… più sereno. Che ti è successo in questo periodo?

- Niente di particolare, ho capito una cosa.

- Che cosa?

- Ho capito qual è la vita che vorrei – feci io.

- Ah sì? E qual è la vita che vorresti?

Non risposi. Salimmo in casa e le medicai le ferite con cura ed amore.

Lei mi mise la mano sul capo e mi accarezzò più volte dicendomi parole dolci e carine che ignorai lasciandole scivolare via come olio.

- Hai mai fatto l’amore con una tua amica? – mi chiese all’improvviso.

- Immagino che tu con i tuoi amici lo abbia già fatto.

- No, mai, a dire il vero.

- E con me lo faresti?

- Non lo so, forse per via di questa situazione che si è venuta a creare…

- Lo faresti?

- Sì. Ora come ora lo farei.

Mentre le bendavo le ferite, mi sentii come il suo uomo che si prendeva cura di lei, dolcemente e con premura; al contempo, avevo anche la sensazione di essere un amante, discreto e complice e, ancora, uno sconosciuto da usare e buttare via.

Tutto questo mi trasmetteva e mi apparve come una piccola bambina viziata che non esigeva altro che vedere realizzati i suoi desideri. A me non andava di dargliela vinta, non a lei. Così mi tenni dentro ogni pensiero e mi distaccai un poco dall’argomento. Lei, però, non sembrava volesse abbandonare il tema e così mi chiese: - Tu faresti l’amore con me?

- Sì, farei l’amore con te. Ma non posso farlo.

- Hai un’altra?

- No, non c’è nessun’altra.

- E allora perchè?

Non risposi e continuai ad interessarmi alle sue ferite. Una volta bendate tutte, le andai a preparare una tisana che bevve molto volentieri.

- Buona, che tisana è?

- Non lo so sinceramente: non so molto di tisane io.

- E come mai hai tisane in casa?

- Le beve uno dei ragazzi che vive qui.

- Come si chiama?

- Si chiama Manuel.

Diventò rossa all’improvviso e bevve la tisana in fretta. Poi guardò l’orario e dichiarò:

- Ho fame. Sono le dieci e ancora non ho fatto colazione. Mi accompagni?

- Non posso, mi dispiace. Ho un impegno per le undici dall’altra parte della città.

- Mi prometti una cosa?

- Cosa?

- Resterai mio amico?

- Certo - feci io - …certo che resterò tuo amico.

- bene. Io… ora devo andare… ci sentiamo, casomai…

Mi diede un bacio abbracciandomi forte a lei; poi, vedendomi teso e rigido sulle mie, come se avesse percepito il muro che avevo posto fra noi, prese le sue cose e si congedò:

- Bene. Grazie di cuore… per tutto… anche per la tisana di Manuel. Io ora… vado. Mi… chiamerai?

- Ti chiamerò.

- Prometti?

- Ti chiamerò…

Chiuse la porta che restai a guardare, immobile, ascoltando il ticchettio delle sue scarpe echeggiare per le scale fino a scomparire.

Ebbi la sensazione che quella porta chiusa, con il rumore dei suoi passi che lentamente si allontanavano, segnava la fine della nostra storia, d’amicizia o d’amore che fosse stata. Per me iniziava un nuovo cammino. Avevo capito che Irene non sarebbe bastata a togliermi quel senso di disagio trasmesso dalle insoddisfazioni della vita che mi portavo dietro. Avevo capito che avrei dovuto cercare la mia serenità altrove perchè non mi sentivo appagato con la vita che stavo vivendo. Fra noi due si era posto un ostacolo enorme e, nonostante fossi ormai sicuro di provare un sentimento importante per lei, difficilmente sarebbe potuta nascere una storia altrettanto importante. La vedevo così diversa da me, così ben adattata a quei posti e a quelle persone che ogni giorno frequentavamo, seppure separatamente, che mi spaventava il pensiero di poter provare a convincerla a partire insieme e ad andare lontani, io e lei, soli in un mondo sicuramente ricco di novità e di cose nuove da scoprire.

M’incuriosiva, però, come potesse desiderarmi al suo fianco. Non mi spiegavo come mai una ragazza come Irene, bella, affascinante e intelligente, che aveva trovato in più occasioni l’amore, che aveva amici, un lavoro e una casa da curare, voleva avere me al suo fianco, come amico.

Ero ad un bivio della mia vita. Avevo la sensazione di trovarmi di fronte al sorgere del sole, all’alba di un nuovo giorno. Mi chiedevo se questa nuova fase fosse veramente qualcosa di positivo. Non sapevo darmi una risposta ma, probabilmente, quella sensazione di disagio e quel desiderio impellente, sconosciuto, che spingeva da dentro, erano l’inizio della fine di un qualcosa che segnava a sua volta l’inizio della vita che avrei voluto per me. In tutto ciò Irene assumeva un ruolo importantissimo, senza alcuna ombra di dubbio, ma allo stesso tempo non riuscivo a collocarla al mio fianco.

I minuti trascorrevano veloci e, per non cadere in un gioco di pensieri e domande senza risposte dal quale difficilmente ne sarei uscito illeso nell’umore, decisi di uscire.